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A Venezia «Do U Dare!», l’opera di denuncia di Shirin Neshat

A Venezia «Do U Dare!», l’opera di denuncia di Shirin Neshat

20 Aprile 2026

di Samantha De Martin

L’ultimo lavoro della regista e artista iraniana presentato in occasione della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte grazie al contributo di Banca Ifis.

Il 3 aprile 2018 una donna di 38 anni entra armata nella sede di YouTube di San Bruno, in California, ferendo alcune persone per poi togliersi la vita.

La protagonista del gesto è l’iraniana Nasim Aghdam, fuggita negli Stati Uniti alcuni anni prima, ancora bambina, a causa della sua fede bahá’í, per sottrarsi alle persecuzioni del governo.

Cresciuta in un sobborgo della California, mentre perde il legame con le proprie origini, Nasim vive la difficile condizione di chi subisce il proprio isolamento nella società americana. Così Aghdam crea un suo mondo virtuale, aprendo un canale YouTube ed esibendosi in video stilizzati che racchiudono la sua volontà, ma anche la sua rabbia e la profonda necessità di essere vista. Questi lavori provocatori e destabilizzanti sovvertono l’immagine universale della donna come oggetto di desiderio e di controllo, sfidando le aspettative del pubblico. Eppure, nonostante i suoi contenuti diventino virali ottenendo milioni di visualizzazioni, YouTube decide improvvisamente di chiudere l’account di Nasim la quale, nel 2018, ritiene doveroso combattere da sola quella che considera una forma di censura. Da qui il drammatico gesto che la condurrà alla morte.

Dalla tragica storia di Nasim Aghdam, la regista e artista visiva Shirin Neshat ha tratto ispirazione per il suo «Do U Dare!», l’ultimo lavoro che sarà presentato a Venezia in occasione della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte grazie all’Associazione Genesi (fondata da Letizia Moratti nel 2020) e al contributo di Banca Ifis.

Dal 9 maggio al 6 settembre le sale di Palazzo Marin ospiteranno la nuova trilogia di film «Do U Dare!», progetto curato da Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi e presentato da Gladstone Gallery e da Galleria Lia Rumma in collaborazione con Magonza editore.

Esplorando l’intreccio di connessioni che hanno legato le due artiste, Shirin Neshat a Nasim Aghdam, la trilogia, girata in tre diversi contesti socioeconomici di New York, fruga all’interno del paradosso tra mondo interiore e universo esteriore delle donne, tra realtà e illusione, tra società americana e prospettiva femminile iraniana.

Ciascuno dei tre video che compongono la trilogia si sviluppa in un diverso contesto socioeconomico dell’area metropolitana di New York, costruendo un ritratto frammentato del mondo interiore di Nasim Aghdam.

Il primo video, ambientato in un quartiere di immigrati a Brooklyn, segue Nasim mentre osserva vite intrappolate nell’indifferenza burocratica e nell’alienazione culturale, diventando testimone della crudeltà nascosta dietro il sogno americano. La sua quieta ribellione cresce progressivamente, fino a trasformarsi in un atto radicale di protesta e vendetta, nel disperato bisogno di essere ascoltata.

Attraverso il secondo video lo spettatore entra nel cuore finanziario di Wall Street, per ritrovare Nasim in mezzo a un distretto brulicante di uomini e donne che si muovono meccanicamente nella loro routine, simili ad automi emotivamente svuotati e disconnessi. Con il calare della notte, questa folla senza anima viene attratta da una voce musicale senza corpo. Seguendo il richiamo del suono, Nasim scopre di esserne la fonte, trasformata in una performer capace di catturare l’attenzione della folla e commuoverla fino alle lacrime.

L’opera esplora l’ossessione di Nasim per la fama, il riconoscimento e l’approvazione pubblica, mentre la celebrità e l’ingegno artistico emergono come forze seducenti.

L’ultimo video è ambientato nella casa di Nasim, in un sobborgo di New York, dove la donna realizza in segreto i propri contenuti digitali ispirati alle sue esperienze con il mondo e con i media. Attraverso queste performance la protagonista ridicolizza l’immagine che l’America costruisce di sé come superpotenza globale, facendo venire a galla le contraddizioni che la muovono, dall’ipocrisia politica al razzismo sistemico.

Al centro di questo episodio è possibile rintracciare l’oggettivazione sessuale delle donne nella cultura visiva americana, il corpo femminile nei media contemporanei, estetizzato e feticizzato come simbolo di bellezza e desiderio, ma al tempo stesso inesorabilmente mercificato, sorvegliato e consumato.

I tre film passano dal realismo sociale in bianco e nero a una dimensione magica e surreale, rappresentando la fragilità mentale di Aghdam, la sua instabilità emotiva dovuta all’esilio e allo sradicamento, la sua totale incapacità di distinguere tra immaginazione e realtà.

Attraverso questa intricata interazione tra verità e finzione, passato e presente, «Do U Dare!» Diventa specchio e dialogo, aprendosi a una riflessione sull’esilio, sulla solitudine, l’ossessione artistica e il fragile confine tra creazione e autodistruzione.

La trilogia riflette su quanto un’artista sia disposta a fare per essere vista e per riappropriarsi della propria voce, ma anche sul potere salvifico dell’arte.


Foto: Shirin Neshat, «Do U Dare!», 2025. Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples