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Al Museo Civico San Domenico di Forlì lo spettacolo barocco si mostra come linguaggio universale che attraversa arte, scienza e società e parla al nostro tempo

Al Museo Civico San Domenico di Forlì lo spettacolo barocco si mostra come linguaggio universale che attraversa arte, scienza e società e parla al nostro tempo

16 Marzo 2026

di Maddalena Libertini


Nato a Roma, il Barocco con le sue invenzioni e la sua magnificenza conquista l’Europa del Seicento e si spinge fino al Nuovo Mondo. Nel secolo scorso artisti e storici vi riconobbero la radice della modernità. Tra le opere esposte il modello dipinto della volta della Sala della Clemenza a Palazzo Altieri dalla collezione dell’ABI e altri prestiti da raccolte bancarie.

Se considerassimo il Barocco prima di tutto come una sensibilità, quanto sarebbe vicina a quella contemporanea? Se lo stile nato nel Seicento avesse dato forma a una attitudine con cui approcciare l’arte e la vita che è possibile riscontrare in momenti diversi della storia, un’attitudine che abita nelle complessità, nelle tensioni, nelle contraddizioni senza pretendere di ricondurle a un ordine armonico o all’unitarietà di una visione ideale? Si potrebbe allora individuare un filo “barocco” che, passando per Caravaggio e i Carracci, Borromini e Bernini, va dalla scultura ellenistica a Boccioni, Fontana, Bacon, fino alle rielaborazioni algoritmiche di Davide Quayola.

Questo filo si dipana attraverso 200 opere e dodici sezioni nel nuovo grande progetto espositivo della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì al Museo Civico San Domenico, Barocco. Il Gran Teatro delle Idee (21 febbraio-28 giugno 2026), curato da Cristina Acidini, Daniele Benati, Enrico Colle, Andreas Dehmer, Fernando Mazzocca e Francesco Petrucci e di cui Intesa Sanpaolo è Main Partner.

La matassa è la varietà delle sfaccettature del fenomeno barocco che si esprime in pittura, scultura e architettura così come nel tripudio delle arti applicate, che nell’artificio ingloba sprazzi di realtà, talvolta nella sua misera o efferata crudezza, che tiene insieme fasto e povertà, fede ascetica e scienza moderna. Il Barocco è un vento inafferrabile che investe tutte le espressioni della cultura, si fa brezza che solletica l’ego dei potenti o tifone che porta allo scoperto le macerie della società; è luce che abbaglia i sudditi o ne direziona lo sguardo e ombra che contiene il memento di violenza e morte; è un fiume che dalla Roma papale raggiunge le corti europee delle monarchie assolute e sfocia nell’oceano per arrivare in America Latina. 

In una delle ultime sezioni, la mostra ricorda il momento della riscoperta e rivalutazione del Barocco alla fine dell’Ottocento e, in Italia, soprattutto all’inizio del secolo successivo a opera di storici dell’arte come Lionello Venturi e Roberto Longhi. Quest’ultimo nel 1913, in un articolo sul Futurismo, ne rilevava le differenze dal Cubismo e lo paragonava al Barocco di cui coglieva l’essenza dinamica: “Il Barocco non fa che porre in moto la massa del Rinascimento: la liscia facciata di una chiesa, una tavola di pietra spessa e robusta s’incurva oppressa da una forma gigante. Al cerchio, succede l’ellisse. Cerchio è staticità abbandono riposo. Ellisse è cerchio compresso, energia all’opera, movimento”. 

Un movimento centripeto che rompe la forma statica e la ricompone in inedite composizioni, che aggrega vorticosamente classicismo, naturalismo e meraviglia, secolarismo e trascendenza, sensualità e spirito riformatore, carnalità e misticismo. E poi un moto centrifugo che irradia questa energia in diverse latitudini del mondo allora conosciuto, caricandosi di altri accenti e valori.


Roma, cantiere del Barocco

Il palcoscenico su cui si affaccia il Teatro del Barocco è la Roma del Seicento. È qui che tra la fine del secolo precedente e l’inizio del nuovo vanno a sistema le condizioni che permettono alla città di recuperare il suo primato se non politico, almeno culturale. “L’arte è al centro della riconquista della cristianità da parte del papato. Ne è il linguaggio espressivo. E quel che in seguito verrà chiamato, in maniera dispregiativa, Barocco, sottolineandone l’irregolarità, la bizzarria, la stravaganza, ne è la cifra simbolica”, ha scritto Gianfranco Brunelli, Direttore delle Grandi Mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, nel catalogo.

A Roma convergono dalle “province” gli artisti più interessanti: dal Ticino, Maderno e il nipote Borromini; dalla Lombardia Caravaggio; da Napoli, dove si era trasferito, il fiorentino Pietro Bernini con il figlio Gian Lorenzo; dalla Toscana, Pietro da Cortona; da Bologna, i Carracci, Reni e poi Algardi, Guercino, Domenichino e così via. E anche gli artisti stranieri, Rubens, Poussin, Lorrain, van Dyck, Velázquez, sono attirati dalla città dei papi, delle grandi famiglie nobiliari e cardinalizie e dei nuovi ordini religiosi. In questa contaminazione di creatività e congerie di committenze, fiorisce il nuovo linguaggio che non ripudia l’antichità classica, semplicemente la guarda con una lente diversa, e valorizza l’intensità, l’effetto drammatico, l’afflato di pathos proprio della rappresentazione scenica, di quel Gran Teatro del Mondo che Calderon de la Barca scrisse nel 1645 e che ha fornito l’allegoria più fortunata adottata per definire quest’epoca.

Portare Roma a Forlì, ha ricordato Cristina Acidini nella presentazione al pubblico della mostra, è stata un’impresa non facile. All’impossibilità di trasferire dal vero le invenzioni dell’architettura borrominiana e berniniana o l’esuberanza dei grandi soffitti affrescati sopperiscono efficacemente progetti, studi bozzetti, incisioni coeve. Le volte dipinte sono tra gli esempi più evidenti della messa in scena barocca, del senso di spettacolo che si rinnova davanti agli occhi dello spettatore. L’opera manifesto è certamente Il Trionfo della Divina Provvidenza, dipinta da Pietro da Cortona tra il 1632 e il 1639 per i Barberini, mentre verso la fine del secolo Andrea Pozzo raggiunge i massimi vertici dell’illusionismo prospettico nei suoi cieli sfondati per le chiese gesuite. A suggerire il suo nome al generale della Congregazione, fu il pittore Carlo Maratti, autore di un’altra celebre volta affrescata in una dimora romana, quella che per la famiglia Altieri celebrava il papa Clemente X. L’Associazione Bancaria Italiana ha prestato a Forlì uno dei due modelli a olio su tela conservati nella sua collezione, quello solitamente meno esposto al pubblico. Erano probabilmente due alternative destinate a essere presentate al committente, il cardinal nipote Paluzzo Paluzzi degli Albertoni. Differiscono soprattutto per le pose delle figure, che l’artista aveva studiato in diversi disegni e in uno schizzo di massima dell’impianto generale, oggi alla Kunstakademie di Düsseldorf. Maratti, come ha scritto Simonetta Prosperi Valenti Rodinò nella recente monografia dell’artista curata con Stella Rudolph, non era solito dipingere volte di grandi dimensioni e si trovò dinanzi alla sfida di tradurre il ricco programma iconografico dell’Allegoria della Clemenza messo a punto da Bellori e dal cardinal Massimo nel rettangolo stretto e allungato del soffitto della sala principale di palazzo Altieri. “Nella parte alta della tela si vede la traccia di un semicerchio, diverso dal profilo rettilineo e squadrato della parte a olio”, ci ha detto la restauratrice Anna Martinotta, che è intervenuta sul dipinto per l’occasione, “Inoltre, la stesura della pittura è sottile e veloce e alcune figure sono abbozzate e distanti dalla finezza dei quadri di Maratti. Queste indicazioni sembrano confermare che si tratti di un bozzetto, forse realizzato con l’aiuto della bottega”.

 

Meravigliosi ornati

Gli interni dei palazzi seicenteschi contenevano altri tesori a cui la mostra forlivese ha deciso di dare adeguato rilievo: oltre alle pitture murali, ai quadri, alle statue antiche e a quelle contemporanee – che soprattutto con i busti diventano strumenti di autorappresentazione –, le stanze si popolarono di arredi sontuosi e decori esuberanti che erano parte integrante della scenografia domestica barocca. Questo gusto si diffuse negli stati italiani ed europei grazie alla circolazione di artisti e artigiani con le loro diverse specializzazioni e diede vita a stili e mode che viaggiavano con loro e con gli oggetti da loro prodotti da un corte all’altra. Commessi di marmo, arazzi, corami, argenti cesellati, cornici con incassi di pietre preziose, ceramiche incantano per il virtuosismo tecnico delle manifatture e la fervida fantasia degli autori. Il piano di tavolo in legno intarsiato della fine del XVII, proveniente dalla Collezione Chigi Saracini di Banca Monte dei Paschi di Siena, è emblematico dell’abilità raggiunta dagli ebanisti dei laboratori granducali medicei, qui combinata con l’inventiva del maestro di tarsia originario delle Fiandre, Leonardo van der Vinne. Le volute di foglie d’acanto, le diverse specie floreali e il lussureggiante mazzo centrale realizzati in legni colorati sulla superficie ottagonale in noce danno prova dello “stile fiorito” sviluppato da van der Vinne a Parigi prima di spostarsi a Firenze.

Le nuove esigenze di rappresentanza di potenza e ricchezza spinsero al superamento dei confini tra le arti con una conseguente commistione di elementi e quelle cosiddette minori, le arti decorative, non venivano disdegnate neppure da artisti del calibro di Bernini. In specchi, consolle, candelabri, vasi sono impiegate parti prettamente scultoree, mentre altri oggetti e mobili adottano il linguaggio dell’architettura. Lo stipo monetiere della collezione di Banco BPM è impostato sull’impianto di una facciata architettonica miniaturizzata con tanto di balaustra terminale e due piccoli pinnacoli. L’asse centrale è enfatizzato da un’edicola con colonne e timpano triangolare spezzato sormontata da un secondo registro coronato a cupola. Alla struttura è sovrapposto poi un fittissimo parato decorativo “a tappeto” tipico delle maestranze trapanesi con applicazioni di corallo e smalti policromi su rame.

Pietre dure, legni esotici, marmi antichi, coralli, cristalli di rocca, avori, madreperla, fili d’oro e d’argento e, ancora, diamanti, zaffiri, lapislazzuli, granati e topazi costituivano un campionario di materiali a disposizione della creatività di artisti e botteghe artigiane che, nella piccola scala del mobile o dell’oggetto di arredo, potevano dare libero sfogo all’immaginazione e sfoggio di eccellenza esecutiva. Le loro produzioni danno la misura dell’ambizione dei committenti ma soprattutto del piacere di stupire i propri ospiti.

Tornando all’inizio, se il Barocco va inteso come una vocazione dell’espressività umana, in mostra a Forlì c’è uno degli artisti del Novecento che più ne fu affascinato, Oskar Kokoschka, che a tal proposito scrisse: “Il Barocco, creazione collettiva a cui contribuirono in egual misura architetti, scultori, pittori e musicisti, è così tanto un’espressione dell’umanità universale – espressionismo, se così si vuole – che i suoi elementi estetico-formali si diffusero fulmineamente nel mondo dell’epoca e esercitarono ovunque un’influenza straordinaria sulle culture locali, al punto che si può dire che soltanto l’epoca barocca abbia contribuito alla nascita di ciò che può essere definita arte internazionale”.

 

Crediti: Installation view, BAROCCO. Il Gran Teatro delle Idee, Museo Civico San Domenico, 2026. ph. Emanuele Rambaldi