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Dal bello ideale al brutto grottesco: i paradossi estetici del Rinascimento italiano e nordico in mostra a Bruxelles con un’opera della Collezione BPER

Dal bello ideale al brutto grottesco: i paradossi estetici del Rinascimento italiano e nordico in mostra a Bruxelles con un’opera della Collezione BPER

8 Aprile 2026

A cura di Maddalena Libertini

Dalla fine del Quattrocento e nel corso del Cinquecento, proprio quando nei trattati vengono codificati gli attributi della bellezza, si intensifica l’interesse degli artisti anche per la rappresentazione della bruttezza.

C’è un contadino del tardo Cinquecento che da Modena ha attraversato l’Europa per arrivare a Bruxelles, dove resterà fino a metà giugno. Di lui sappiamo che sa suonare il liuto ma non è questa abilità ad averlo portato fino in Belgio, bensì la sua peculiare fisionomia. Senza mezzi termini, si può dire che è un campione di bruttezza: il naso grosso, le orecchie enormi, la bocca storta, i lineamenti deformati, le braccia tozze e, come se non bastasse, sul berretto floscio è appuntata una rosa che su di lui sembra quantomai fuori posto. È il protagonista del quadro del bolognese Bartolomeo Passerotti della Corporate Collection La Galleria BPER, scelto per illustrare il genere delle teste caricaturali nella mostra Bellezza e Bruttezza. The Ideal, the Real and the Caricature in the Renaissance (20 febbraio–14 giugno) al Bozar – Palais des Beaux-Arts nella capitale belga.

Concentrandosi nell’arco cronologico che va dall’ultimo quarto del XV secolo alla fine del XVI, l’esposizione indaga, con 60 opere suddivise in cinque capitoli, in che modo in quel periodo gli artisti italiani e nordeuropei concepissero i criteri di bellezza e bruttezza e quanto abbiano contribuito a definirne i codici culturali. Il confronto con un’epoca lontana ma fondativa per la civiltà occidentale ingenera automaticamente un pensiero su quella contemporanea, in cui la diffusione e il potere delle immagini sono esplose attraverso i social network, la pressione degli standard estetici non si è allentata e la dimensione globale dei fenomeni favorisce l’omologazione appiattendo le diversità. A coadiuvare questo ragionamento interviene in parallelo al Bozar una seconda mostra, Picture Perfect, che attraverso fotografie e video propone una rassegna di come gli artisti dagli anni sessanta del Novecento a oggi abbiano messo in discussione e sfidato le norme che definiscono il bello.

Il brutto, il comico, il reale

La storia della bruttezza, come segnalava nel libro omonimo Umberto Eco, non è facile da delineare. Mentre del bello ci sono giunte numerose trattazioni ed enunciazioni di filosofi e artisti che ci permettono di tracciarne l’evoluzione nei secoli, il brutto è stato per lo più identificato per contrapposizione. Ed è soprattutto per questo che in questo campo le testimonianze delle arti visive diventano ancora più importanti.

Contadino che suona il liuto (Allegoria dei cinque sensi) dipinto da Bartolomeo Passerotti dopo il 1570 è un esempio dei quadri caricaturali in voga nell’autunno del Rinascimento, ma circa cento anni prima, all’inizio di questa stagione, era stato Leonardo da Vinci ad avviare uno studio sistematico delle fisionomie “strane”. L’artista che ci ha lasciato la rappresentazione più iconica dell’uomo vitruviano, misura perfetta di tutte le cose, conduceva anche una ricerca su “visi mostruosi” e “teste grottesche”, combinando osservazione del reale e libertà d’invenzione e creando variazioni sul tema a partire dalle quattro parti principali del viso: fronte, naso, bocca e mento. Certamente il da Vinci è il più noto tra coloro che hanno dato legittimità al concetto di “bella bruttezza” che la mostra di Bruxelles associa anche al quadro di Passerotti.

Seppure decenni dopo e in un clima profondamente cambiato rispetto a quello di Leonardo, la ricerca dell’artista bolognese si muove ugualmente tra rappresentazione del vero, gusto del bizzarro e invenzione artistica.

Pittore poliedrico, autore di soggetti sacri, ritrattistica e nature morte, Passerotti esprime nelle “pitture ridicole” la sua produzione probabilmente più originale e innovativa. Era noto per avere nel suo studio una raccolta degna di una wunderkammer: quadri, frammenti di rilievi romani, medaglie antiche, pietre e, scrive Cesare Malvasia nella Felsina Pittrice (1678), “mostri secchi e conservati, animali, frutta ed altre simili curiosità”. Un eclettico museo ante litteram che corrisponde all’interesse protoscientifico ed enciclopedico che si andava sviluppando in quegli anni e che proprio a Bologna aveva nel naturalista Ulisse Aldrovandi uno dei maggiori esponenti. Appassionati delle meraviglie delle cose naturali non potevano essere attratti solo da bellezza, proporzione matematica e armonia ma lo erano anche dalle stravaganze e “mostruosità” (non a caso Aldrovandi, accanto ai trattati di botanica, mineralogia e zoologia ha lasciato una singolare Monstrorum Historia).

Malvasia inoltre riferisce che nella bottega di Passerotti si formò Annibale Carracci, il principe della scuola bolognese che elevò il vero nella storia dell’arte italiana con scene e personaggi della vita quotidiana. Venditori di carne, di pesce, di polli, di frutta e ortaggi erano però stati già soggetti del suo maestro che, insieme al cremonese Vincenzo Campi, fu tra i primi a conferire dignità di protagonisti a queste figure umili dando impulso alla pittura di “genere basso”.

L’ultimo elemento del milieu bolognese che viene spesso collegato a Passerotti e ai suoi lavori caricaturali e grotteschi è il Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582) del cardinale riformatore Gabriele Paleotti: il testo prova a disciplinare l’arte del suo tempo improntandola a gravità e decoro.  L’unico ambito che sfugge alle raccomandazioni del cardinale è proprio quello delle “pitture ridicole”, ovvero che suscitano la risata, alle quali dedica un capitolo identificandole come una vera e propria categoria. Di fronte al comico Paleotti è in difficoltà: gli uomini non dovrebbero farsi distrarre dalle burle ma il riso è un moto dell’animo e la natura umana è imperfetta. Le si può dunque concedere qualche “giocosità e ricreazione” attraverso queste pitture che, però, dovrebbero contenere un insegnamento virtuoso.

Ecco allora che la scena del brutto contadino di Passerotti induce all’effetto comico non tanto per la deformità fisica ma perché, mentre l’uomo maturo è assorto in una serenata amorosa – come suggerisce la rosa, simbolo di promessa di matrimonio –, un cane gli ruba la pagnotta dalla tavola. Egli, distratto, punta gli occhi verso l’alto; il cane, invece, guarda lo spettatore rendendolo complice del furto e della beffa. Secondo l’intendimento didascalico proposto da Paleotti, la tela è stata interpretata come un ammonimento moraleggiante e sarcastico verso l’erotismo senile, tema che ritorna in altre opere dell’artista. L’allusione ai cinque sensi (lo sguardo, la rosa, la musica, l’atto di suonare e il pane) sembra confermare la necessità di dotare queste pitture prosaiche e triviali di più registri di lettura.

Tuttavia, attraverso l’ilarità e l’ironia, anche feroci, di quadri come questo e Un’Allegria Compagnia, ugualmente esposto al Bozar, Passerotti fa entrare ufficialmente il ceto popolare nella pittura.

Sabrina Bianchi, Responsabile Cultural Heritage e Corporate Collection La Galleria BPER, ha dichiarato: “Il prestigioso prestito internazionale del Contadino che suona il liuto di Passerotti al Bozar di Bruxelles conferma l’impegno de La Galleria BPER nel rendere il proprio patrimonio artistico accessibile a un pubblico sempre più ampio. Rendere disponibili i capolavori di una Corporate Collection come la nostra amplia le possibilità di studio, ricerca e fruizione, rafforzando il ruolo dell’arte come bene condiviso e generatore di valore culturale per la collettività. Partecipare a una mostra che indaga con profondità il rapporto tra bellezza, bruttezza e identità culturale nel Rinascimento significa, inoltre, contribuire a un dialogo che attraversa i secoli, mettendo in relazione il passato con le sensibilità contemporanee. Favorire la circolazione delle opere è per noi un modo concreto di stimolare la conoscenza, valorizzare la ricerca e promuovere un confronto culturale che va oltre i confini nazionali”.

Bellezza ideale e bruttezza naturale

La bellezza e, di conseguenza, la bruttezza sono influenzate e influenzano lo spirito del tempo e la cultura di un popolo: cambiano, come si sa, a seconda delle coordinate temporali e geografiche. Per l’Occidente moderno il Rinascimento è un momento chiave della definizione di questi concetti e la sua eredità non si è ancora esaurita. Lo dimostra la Primavera di Botticelli che resta, nonostante le forme muliebri raffigurate non siano troppo corrispondenti ai canoni attuali, un modello condiviso di bellezza. L’armonia, il principio dell’equilibrio delle parti, è un’altra regola che, seppur rinnovandosi, non è tramontata. A codificarla in questa epoca fu Leon Battista Alberti che, a partire dalla riscoperta e dalla rilettura dell’antico, già nel De Pictura (1435) stabilì che l’arte dovesse imitare le proporzioni ideali e armoniche della natura. Circa un secolo più tardi, Albrecht Dürer, anche lui influenzato dai dettami classici ritrovati in Vitruvio grazie a un viaggio nel nostro paese, pubblicava i Quattro libri sulle proporzioni umane. Era quasi inevitabile che, come rende evidente la mostra, dall’età greco-romana la Venere attraversasse il tempo per venire a rappresentare il prototipo di bellezza femminile sia nel Rinascimento italiano sia in quello del Nord Europa, seppure con caratteristiche estetiche diverse.

La comparazione tra gli artisti italiani e i loro omologhi nordeuropei viene svolta nel corso di tutta l’esposizione: temi e soggetti sono simili, le tecniche e i linguaggi risentono gli uni degli altri, ma a differire sono soprattutto i criteri del bello, mentre, almeno ai nostri occhi moderni, sul brutto sembra più facile essere d’accordo.

Nella tensione tra ideale e reale, tra imitazione della natura e aspirazione alla perfezione sta una contraddizione apparente che forse non lo era per i pittori del Rinascimento. La si coglie nei ritratti, soprattutto dei personaggi illustri, che oscillano tra la resa realistica della fisionomia e quella “cosmetica” con ingentilimento dei lineamenti e abbellimento dei difetti. In questo spazio intermedio si insinua la bruttezza, in un tratto somatico caratteristico come il famoso mento dell’imperatore Carlo V o nello straordinario, ciò che è fuori dalla norma, come l’ipertricotica famiglia Gonzàles che diventa una attrazione per le corti europee.

Il brutto non provoca solo disgusto, repulsione o spavento ma anche attrazione e curiosità e, sosteneva satiricamente nel 1543 l’umanista Ortensio Lando in uno dei suoi Paradossi, può esser migliore del bello: in fondo, scriveva, se Paride ed Elena fossero stati brutti, si sarebbero evitati moltissimi problemi.

La mostra è realizzata in collaborazione con Intesa Sanpaolo e arriverà alle Gallerie d’Italia di Milano con un nuovo allestimento da luglio.