di Maddalena Libertini
Nella sede veneta della rete museale di Intesa Sanpaolo la prima personale italiana dell’information designer che ha inventato il Data Humanism. Nelle sue opere i dati diventano forme e segni che intrecciano conoscenza ed emozione. L’abbiamo intervistata per “è cultura!”.
Ci sono diagrammi che ci dicono quanti passi facciamo, grafici che illustrano l’andamento dei tassi, mappe concettuali e schemi che provano a spiegarci la geopolitica: che siano biometrici, statistici, storici, analitici, i dati sono intorno a noi, fanno parte del nostro quotidiano e stiamo imparando a convivere con loro. Sono bussole per navigare nella complessità del nostro tempo ma, allo stesso tempo, ci sentiamo minacciati da questa mole di entità astratte che continua a proliferare intorno a noi e che sembra volerci inglobare e assimilare. C’è chi, invece, li vede come un bacino di creatività da esplorare e invita a riconoscerne la matrice profondamente umana. È Giorgia Lupi, information designer inserita da Wallpaper* per tre volte – l’ultima nel 2025 – nell’elenco “The people shaping Creative America”, per citare solo uno dei molti riconoscimenti che ha ricevuto. Di formazione architetta, vive e lavora a New York, dove è partner di Pentagram, il più importante studio di design indipendente internazionale. Lupi è stata la prima a coniare circa dieci anni fa l’espressione “Data Humanism”: sulla base di questo approccio ha improntato una ricerca progettuale che interpreta i dati come uno strumento per comprendere sé stessi, gli altri e il mondo che ci circonda e li trascrive in immagini di forte impatto estetico. Con il suo lavoro ha dimostrato che i dati possono far entrare in relazione con fenomeni globali e questioni macroscopiche ma anche metterci in condizione di capire meglio chi siamo e come stiamo, aiutarci ad attraversare una malattia o raccontarci a un’altra persona.
Tra il 2014 e il 2015 Lupi e la collega Stefanie Posavec, per un anno, hanno raccolto dati su abitudini ed eventi della loro vita quotidiana e li hanno schematizzati in grafici disegnati a mano su cartoline che si spedivano settimanalmente. Questa corrispondenza tra New York e Londra è diventata “Dear Data”, parte della collezione permanente del MoMA. Nel 2019 la XXII Triennale di Milano “Broken Nature: Design Takes on Human Survival” si apriva con la sua installazione “Room of Change” le cui pareti erano tappezzate da un arazzo fatto di dati che, a un primo colpo d’occhio, sembravano solo un sofisticato pattern decorativo. Avvicinandosi al murale, si poteva riconoscere e seguire nelle fasce colorate e nelle sequenze di simboli l’evoluzione di otto macrotemi legati all’umanità dal 1000 a.C. fino a una proiezione speculativa nel 2400. Nel 2025 Lupi è stata premiata con il Compasso d’Oro ADI per “1374 Days – My Life with Long Covid”, pubblicato dal New York Times nel dicembre 2023. La designer ha documentato la sua convivenza con la patologia classificando i diversi sintomi e le loro caratteristiche, attribuendo a ciascuno un colore e registrandoli dapprima in un foglio di lavoro e poi in un calendario di pennellate di differente intensità. Attraverso questo diario è riuscita a rendere visibili i suoi stati fisici e d’animo mutando l’asetticità dei test di laboratorio in un’esperienza viva e condivisibile.
Questi sono solo alcuni dei progetti presentati nella mostra “Giorgia Lupi. L’umanesimo dei dati” (30.4–2.8.2026) alle Gallerie d’Italia – Vicenza di Intesa Sanpaolo, curata da Francesco Provoli per l’Associazione Illustri. Abbiamo incontrato Giorgia Lupi in videocall da New York per parlare della sua visione, del suo lavoro e di come potrebbe evolvere il rapporto tra umanità, dati e intelligenza artificiale.
Nel manifesto del Data Humanism, presente in mostra, ribalti alcune delle convinzioni diffuse sui dati. Parli di small data e non big, dici “data is people, not numbers” e “data will make us more human, not more efficient”. I dati, sostieni, sono imperfetti e non sono neutrali.
Dieci anni fa, quando ho iniziato a parlare di Data Humanism, era il momento in cui si sentiva dappertutto dire “Data is the new oil” o “Data is everywhere”. In questa ottica il manifesto è una provocazione visiva, prende gli aggettivi normalmente associati ai dati dal punto di vista dell’ottimizzazione tecnologica e li ribalta in qualità molto umane: introducendo l’imperfezione, la soggettività o l’incertezza, ricorda che i dati sono un’astrazione della realtà che noi esseri umani abbiamo inventato. Certamente esistono molte applicazioni dei dati che appartengono alla sfera tecnologica della vita, ma già allora nel mio lavoro mi ero resa conto che le narrazioni basate sui dati che le persone comprendono meglio e con cui entrano in relazione non sono necessariamente le grandi aggregazioni. Spesso sono quelle che ci fanno vedere aspetti più piccoli e soggettivi della realtà.
Cosa è cambiato in questi dieci anni?
Di recente stavo riflettendo proprio su questo. Paradossalmente, con tutte le conversazioni sull’intelligenza artificiale, mi sembra quasi che oggi quel manifesto sia ancora più importante. Non credo che la premessa sia cambiata e non è cambiato il mio approccio nel lavoro. Che si tratti di un progetto che ha a che fare con dati finanziari, climatici, personali, oppure culturali, le domande che mi pongo sono sempre domande sulla natura umana: ruotano intorno a chi siamo, come mai ci comportiamo in una certa maniera, cosa vogliamo per il nostro futuro, quali cose ci rendono unici.
Quello che è cambiato per me è che ho allargato il raggio di osservazione e d’azione. Sono diventata partner di Pentagram, una società di design che si occupa di comunicazione visiva con uno spettro più ampio, nella quale i dati sono uno degli elementi che abbiamo per raccontare delle storie. Il tema dell’intelligenza artificiale ovviamente non è banale, siamo in una fase di grande euforia, ma anche di paura. Io credo e spero che, come in tutti i momenti di cambiamento tecnologico, dopo uno stato di ebbrezza, l’intelligenza umana, che è anche la creatività, il saper fare reale, potrà tornare protagonista. Nel mio team utilizziamo strumenti di intelligenza artificiale, ma solo per ottimizzare processi che noi abbiamo progettato. Non usiamo mai l’intelligenza artificiale per creare, per ideare, per tutte quelle attività legate all’intelletto umano.
Una sala della mostra è dedicata proprio alla fase della genesi creativa con tuoi disegni, appunti e schizzi fatti a mano. Questa parte iniziale del tuo lavoro è analogica e si vede il germe della creatività, preliminare all’elaborazione più strutturata e tecnologica. Molti, soprattutto tra i più giovani, usano solo strumenti digitali e l’avvento dell’intelligenza artificiale ha accentuato il timore che questo possa impoverire o standardizzare la creatività umana. È una preoccupazione che condividi?
Ho sempre con me carta e penna, è la mia forma mentis: capisco di avere un’idea, la concettualizzo solo quando inizio a schizzarla sulla carta. Lo schizzo aiuta a dare forma all’idea, aiuta a condividerla con i membri del proprio team, aiuta a solidificarla prima di passare a disegni più dettagliati. A me deriva dagli studi di architettura ed è forse generazionale, ma vedo che anche i miei collaboratori più giovani, che hanno 25-30 anni, portano sempre in riunione un foglio di carta, non solo il computer. Pentagram è uno studio di design di lungo corso, che mette al centro il processo creativo. Però il rischio c’è e lo percepisco in particolar modo parlando con gli studenti che sono confusi, perché hanno iniziato il corso di laurea con un’idea del lavoro e oggi sono disorientati. È soprattutto il valore delle figure junior in un team a essere messo più in discussione ora, perché sembra che le attività più esecutive possano essere svolte dall’AI. Dobbiamo aspettare qualche anno per vedere cosa succederà. Io ho la fortuna di confrontarmi con i partner più grandi di me, come Paula Scher [celebre graphic designer che nel 1991 è diventata la prima donna a dirigere Pentagram]. Lei mi dice che la storia si ripete: è stato lo stesso quando si disegnavano le tavole a mano ed è arrivato il computer. Allora si pensava che chiunque avrebbe potuto fare questo mestiere, anche senza avere manualità. Secondo me tra qualche tempo anche noi considereremo l’AI uno strumento a nostra disposizione, non credo che sostituirà l’intelletto umano.
Il data-driven è ormai la base della profilazione commerciale: le piattaforme digitali tracciano preferenze e consumi, gli algoritmi propongono contenuti e acquisti. Eppure spesso questi sistemi restituiscono un’immagine di noi in cui non ci riconosciamo. Forse perché mancano quegli aspetti umani dei dati di cui parli tu?
Poter utilizzare i dati per capire chi sono i nostri clienti e che cosa vogliono è bellissimo, però mi sembra ancora molto simile al self-tracking che si fa con uno smartwatch o un altro dispositivo che registra il numero di passi, il battito, il sonno. Sono metriche passive che le aziende hanno iniziato a raccogliere senza domandarsi come volevano conoscere i loro clienti. E credo che stia ancora succedendo: raccogliamo tanti dati perché sono quelli che si raccoglievano di base, ma non credo che ci stiamo davvero interrogando su come fare a chiedere ai nostri utenti di aggiungere informazioni che li rendano loro stessi. Per esempio la piattaforma di streaming mi suggerisce un film perché è una commedia, è per un pubblico femminile, ma i motivi per cui interessa a me possono essere totalmente diversi, i costumi, un’atmosfera particolare, e queste ragioni sfuggono all’algoritmo. Qui sta la differenza con un tracking attivo e penso che ci sia spazio per aggiungere sfumature e rendere i dati più rappresentativi del perché abbiamo determinati comportamenti.
Il tuo ultimo libro si intitola “Speak Data”: i dati sono un vocabolario della nostra vita?
Sì, i dati sono uno strumento di lettura e sono un linguaggio. Se riusciamo a imparare a parlarlo, ci apre davvero nuovi modi di vedere la realtà. Ogni volta che raccolgo dati, faccio una domanda molto specifica sulla realtà e quando li traduco in un design grafico documento quell’aspetto. Quindi i dati sono anche uno strumento narrativo, perché a partire da questa osservazione accurata si può raccontare una storia. Io lavoro con i dati attraverso il linguaggio visivo, ma è importante ricordare che esiste sempre una soggettività e una autorialità. Quando leggiamo un articolo di una testata giornalistica, per quanto sembri obiettivo e siano riportati dei fatti, sappiamo che qualcuno ha scelto il punto di vista, ha deciso cosa enfatizzare e cosa eliminare, mentre se guardiamo un grafico ci sembra oggettivo, siamo portati a credere che sia la realtà. Non è così, anche lì qualcuno ha scelto, ha deciso, e il Data Humanism vuole ricordare anche questo.
La forza dei tuoi progetti, e nella mostra a Vicenza è molto evidente, sta anche nella loro qualità estetica, in uno stile che coniuga originalità e bellezza e cattura lo sguardo prima ancora di comprendere razionalmente il contenuto.
Io sono prima di tutto una designer e quindi i ragionamenti teorici di cui abbiamo parlato e per cui sono conosciuta vengono da una pratica di design e dal mio approccio alla comunicazione visiva. Credo che la bellezza e la componente visiva inaspettata che i miei lavori hanno, perché spesso quello che realizzo non sembra a prima vista un insieme di dati, siano elementi che possono innescare la curiosità delle persone, farle avvicinare e aver voglia di esplorare di più. Io sono mossa dal cercare di creare output visivi che siano esteticamente piacevoli, perché alla fine è parte del lavoro del designer.
Bellezza e arte possono aiutare a stare meglio. Lo stanno dimostrando diversi studi internazionali e in Italia è stato firmato dai Ministeri della Cultura e della Salute il Protocollo d’Intesa che istituisce la “prescrizione sociale e culturale”. Nella tua esperienza registrare visivamente dati ha contribuito a rimettere ordine nel caos della malattia.
Per fortuna sono guarita dal Long Covid ma c’è voluto molto tempo. In quel periodo i dati sono serviti a farmi sentire più in controllo in una situazione completamente incerta. Quando i dottori non ti possono aiutare, non c’è un percorso tracciato di fronte a te e tutto sembra in balia degli eventi, registrare e mettere in ordine hanno prima di tutto la funzione di farti riprendere un po’ di controllo, con una minore attivazione del sistema nervoso. C’è poi un aspetto catartico nella condivisione. La reazione all’articolo pubblicato sul New York Times è stata bellissima: tantissime persone con malattie croniche mi hanno ringraziato scrivendomi che avevano finalmente qualcosa da mostrare a familiari e medici per far capire cosa stavano vivendo ogni giorno. Molte di queste malattie o sindromi, dalle più gravi alle meno gravi, sono invisibili e ci si sente soli in questi percorsi, per cui la traduzione in forma visiva, in forma di scrittura o in un’altra forma di arte aiuta a entrare più in contatto con quello che stai provando e a riuscire a condividerlo.