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Isaac Julien a Palazzo Te: nella fine dell’Antropocene la salvezza dell’umanità

Isaac Julien a Palazzo Te: nella fine dell’Antropocene la salvezza dell’umanità

BPER Banca

20 Gennaio 2026

di Maddalena Libertini

 

Prorogata fino al 31 maggio All That Changes You. Metamorphosis, creata dal celebre artista e regista britannico per festeggiare i 500 anni della villa rinascimentale di Mantova. BPER Banca è sponsor di questo progetto visionario, insieme poetico e filosofico sul destino degli uomini e delle altre specie viventi.

“Il futuro sarà ibrido o non sarà affatto”: questa frase derivata da Dawn, primo capitolo della trilogia sci-fi Xenogenesis di Octavia E. Butler, e trasferita nell’installazione filmica All That Changes You. Metamorphosis di Isaac Julien nelle Fruttiere di Palazzo Te a Mantova suona come una profezia per il nostro mondo. La sensazione è ancora più convincente combinata con la proiezione delle immagini della vicina Sala dei Giganti, l’ambiente più straordinario della villa suburbana che Giulio Romano realizzò per il duca Federico Gonzaga nella prima metà del Cinquecento. L’affresco della sala, che con un termine attuale definiremmo immersiva, catapulta lo spettatore nel vortice della catastrofe in atto: i Giganti soccombono all’ira degli dei che hanno sfidato ma terremoti, crolli, alluvioni che li travolgono ci appaiono come monito di un collasso che ci riguarda direttamente e che forse siamo ancora in grado di evitare. Nel programma decorativo del palazzo, al culmine della propaganda gonzaghesca, Federico e Giulio contrappuntavano la celebrazione dei fasti con le allusioni a mantenere il senso del limite e la consapevolezza della vanità umana. Rinascimento e fantascienza, la lezione del passato e la prefigurazione del futuro, si fondono nell’opera di Julien in una ecologia speculativa che vede nella metamorfosi la strada per la sopravvivenza planetaria, dove “tutto ciò che trasformi trasforma te”.

Stare nella crisi

L’ossatura portante dell’impianto concettuale di All That Changes You si radica nel libro Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene (2016, ed. italiana: Chthulucene: sopravvivere su un pianeta infetto, 2019) di Donna Haraway. Filosofa e biologa di formazione, docente come Julien all’Università di Santa Cruz e coinvolta da lui nel progetto mantovano, Haraway è una figura chiave del postumanesimo: nel 1985 il suo Manifesto Cyborg smantellava le logiche binarie proprie della cultura occidentale (naturale/artificiale, umano/macchina, maschio/femmina), funzionali a pratiche di dominio e sottomissione. Il cyborg di Haraway, creatura ibrida priva di genere, è diventato il fondamento di nuove etiche e politiche relazionali e, più di quanto ci si potesse forse attendere, una fonte di ispirazione per l’arte contemporanea. Nei trent’anni successivi Haraway ha spinto ancora di più il suo pensiero in una direzione simpoietica, che riconosce nella simbiosi tra esseri il principio dell’evoluzione. Staying with the Trouble invita a vincere il nichilismo apocalittico e a stare nella complessità del presente, stringendo alleanze – making kin – tra specie, tecnologie, forme di vita diverse.

Il cortocircuito creativo del tempo

L’incarico all’artista e film-maker britannico della produzione di una nuova opera da parte della Fondazione Palazzo Te in occasione del Cinquecentenario è guidato proprio dal riconoscimento del valore generativo della contaminazione: sottoporre temi e forme rinascimentali alla rilettura contemporanea ne conferma la vitalità e il potenziale di laboratorio estetico e speculativo.

Il progetto è scaturito dalla visita di Julien sul posto: l’incontro con questo luogo unico ha dato il via all’immaginazione di una narrazione che, come scrive il curatore Lorenzo Giusti, “lavora per proliferazione, sovrapposizione, deviazione”. Negli spazi restaurati e riaperti dopo sette anni delle Fruttiere, i dieci schermi compongono una coreografia visiva multicanale che si moltiplica nelle pareti specchianti amplificando l’esperienza del visitatore e la sua disponibilità ricettiva. Le due protagoniste, Lilith e Naomi, rispettivamente interpretate da Sheila Atim e Gwendoline Christie, sono ispirate a personaggi letterari: la prima a quelli di Butler e la seconda alla scienziata viaggiatrice interstellare di Memoirs of a Spacewoman di Naomi Mitchison. Lo script, sviluppato da Julien con Mark Nash e Valdimir Seput, si arricchisce di ulteriori riferimenti – Ursula K. Le Guin, Anna Tsing, Carlo Rovelli – per completare l’orizzonte teorico e fabulatorio e li traduce nel dialogo tra Naomi e Lilith: dal loro scambio emerge che adattamento e trasformazione sono l’unica forma di salvezza e si realizzano coltivando cura, rispetto ed empatia. Abdicando all’illusione dell’antropocentrismo e accettando di essere parte del flusso dei viventi: “Questo mondo non è solo umano”, dice Lilith, e “L’amore viene dalle differenze tra di noi, non dalle somiglianze”, afferma Naomi ­.

La potenza rivelatoria delle immagini

Le parole pronunciate dalle due protagoniste sono sorrette dalla bellezza e dalla consistenza delle immagini. All That Changes You non è una lezione, è una manifestazione, e le riprese montate da Julien non illustrano, fanno accadere. L’apparato filmico si organizza su una sintassi di sequenze disgiunte e simultanee, aggancia lo sguardo dello spettatore e lo trasporta da uno schermo all’altro in una visione multipla. Le due protagoniste si muovono nel tempo e nello spazio perché i confini non sono barriere ma soglie da attraversare annullando le distanze e la linearità della storia.

Le ambientazioni sono parti integranti della struttura narrativa, dotate di agentività, mai semplici sfondi. Oltre a Palazzo Te, palazzo della metamorfosi, Julien introduce altri edifici fortemente connotati: la Cosmic House di Charles Jencks a Londra, manifesto di architettura postmoderna intarsiato di allusioni cosmologiche; il parallelepipedo vetrato annesso da Richard Found a un cottage della campagna inglese; la casa-galleria d’arte realizzata per i coniugi Kramlich da Herzog & de Meuron nella Napa Valley, organismo alieno in rapporto ambivalente con il paesaggio circostante; fino alla capsula Apollo di Timothy Oulton che replica la navicella spaziale Apollo 11, oggetto tecnologico simbolo di esplorazione conoscitiva o feticcio di conquista intergalattica. Gli scenari naturali delle foreste di sequoie californiane, presenze millenarie che eccedono la dimensione cronologica umana, interconnesse grazie alle reti radicali e micorriziche, intervengono a riportare il discorso alla scala dell’ecosistema. È qui che irrompe la crisi, gli alberi prendono fuoco, l’incendio si propaga, gli animali fuggono. Le parole tornano a essere oracolo divinatorio e la scena si sposta nella Sala dei Giganti al cui centro c’è la capsula Apollo: “Quando l’apparente stabilità viene meno, come è giusto che sia, si cade nella paura e nella depressione, nel bisogno e nell’avidità; quando nessuna forza è più in grado di unificare le persone, queste si dividono e si scontrano”, risuona dalla voce di una delle due protagoniste. Nella lotta per la sopravvivenza, riemergono vecchi rancori, nascono nuovi odi che creano il caos e lo alimentano fino allo sfinimento e alla distruzione. Inizia il countdown, la capsula si prepara al decollo. L’ultima scena ritorna sulla foresta, impassibile testimone del ciclo vitale della creazione in cui niente muore e tutto si trasforma. La metamorfosi non promette salvezza incondizionata né soluzioni rassicuranti e consolatorie ma ci insegna ad abitare il pianeta senza timore di ibridarci in nuove configurazioni e parentele tra umano, naturale e artificiale.