di Maddalena Libertini
La mostra nella sede di via Toledo riscrive al femminile la storia della società e della cultura artistica nella città del XVI secolo. Una città in cui si sono fatti largo nomi noti come quello di Artemisia Gentileschi insieme ad altre figure da riscoprire.
In più di un’occasione Alessandro Barbero ha ribadito che non è vero, come si dice comunemente, che “la storia la scrivono i vincitori”. Uscendo dalla logica antitetica di vincitori e vinti ma concordando con l’affermazione di Barbero, non c’è quindi una sola versione della storia, una versione vera e oggettiva, ma semplicemente una versione che ha prevalso in un’epoca e in un contesto valoriale. Da tempo la storia si sta riscrivendo dando spazio a narrazioni alternative, a lungo considerate minori o secondarie. In particolare, nell’arte, questo ha significato dare finalmente rilevanza e riconoscimento al ruolo delle artiste. Affinché queste nuove narrazioni siano considerate valide e trovino spazio è però fondamentale che siano supportate da progetti scientifici qualificati e documentati che si sedimentano nella conoscenza collettiva. E questo è l’apporto importante che possono fornire le mostre, quando sono costruite secondo questo approccio. È stato così, per esempio, con Now You See Us. Women Artists in Britain 1520–1920 alla Tate Modern di Londra e con Roma Pittrice. Artiste al lavoro tra XVI e XIX secolo a Palazzo Braschi a Roma. Contribuisce ora con un ulteriore tassello Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento, a cura di Antonio Ernesto Denunzio, Raffaella Morselli, Giuseppe Porzio ed Eve Straussman-Pflanzer, dal 20 novembre 2025 al 22 marzo 2026 nella sede partenopea della rete museale di Intesa Sanpaolo. Sessantanove opere – dipinti, disegni, sculture, manoscritti e varie manifatture – ricostruiscono la presenza delle donne nelle arti del Seicento a Napoli, dando seguito al lavoro fatto negli anni scorsi sempre dalle Gallerie d’Italia per Artemisia Gentileschi negli oltre 15 anni del suo soggiorno in città. Prestiti di collezioni private, alcuni dei quali esposti per la prima volta, o provenienti da prestigiose istituzioni internazionali, come il Museo del Prado e la National Gallery di Washington aiutano a dare consistenza a vicende artistiche rimaste per troppo tempo in secondo piano.
Non solo Artemisia
“Una presenza imprescindibile”: questo è il titolo della sezione dedicata alla pittrice di origine romana che a Napoli si stabilì e insediò la sua bottega, e che qui si spense forse a causa della peste del 1656 e fu sepolta. Dati i precedenti approfondimenti, per l’occasione i curatori hanno privilegiato un numero ristretto di dipinti di Artemisia, dando risalto a quelli che non si erano mai visti in Italia, arrivati dai musei di Boston, Oslo e Sarasota in Florida. Altre forestiere richiamate per la loro notorietà nel territorio campano prima di Gentileschi e della picena Giovanna Garzoni erano state Lavinia Fontana e Fede Galizia. Con le loro tele si apre la mostra delle Gallerie d’Italia come prime testimonianze di committenze a pittrici, in assenza di ritrovamenti delle artiste autoctone Mariangela Criscuolo e di suor Luisa Capomazza citate dal Vasari locale, Bernardo De Dominici, nelle sue Vite (1742). Della bolognese Fontana sono presenti la pala della Basilica della Santissima Trinità di Piano di Sorrento e alcuni ritratti, genere a cui è legata la sua fama, tra cui quello celebre di Antonietta Gonzales. Le due grandi pale di Fede Galizia, dipinte a Milano, erano destinate originariamente a Sant’Anna, la chiesa della nazione dei Lombardi a Napoli, dove si trovava anche la perduta Resurrezione di Cristo di Caravaggio. Nel secondo secolo di Viceregno spagnolo, Napoli era un centro e un polo mercantile importante, terza città europea per numero di abitanti, dove mecenati e collezionisti laici e religiosi distribuivano incarichi e protezione agli artisti. Tra essi, nativamente napoletana è la pittrice Diana Di Rosa, detta Annella di Massimo: nella sezione a lei intitolata è possibile ammirare la Santa Cecilia e un angelo, di recente attribuzione grazie alla scoperta della firma.
Non solo pittrici
La mostra sottolinea che numerose dovevano essere le donne che si distinguevano in città in vari ambiti: chi per potere, carisma religioso o per cultura letteraria, chi in campo professionale come mediche, speziali e artigiane. Nel 1630, sulla strada per andare dalla Spagna a Vienna, dove avrebbe sposato Ferdinando III, fece tappa a Napoli l’infanta Maria, sorella di Filippo IV, e vi soggiornò quasi sei mesi. Fu probabilmente in questo frangente che giunse anche Velázquez e ne realizzò il ritratto, qui in prestito dal Prado. In quella “congiuntura irripetibile” – come la definisce la relativa sezione – nel seguito della futura imperatrice presenziava la ricchissima Isabella Gonzaga, principessa di Stigliano e duchessa di Sabbioneta, e in città risiedeva Maddalena Ventura, rinomata per essere un “miracolo di natura”, ovvero per avere un volto virile e barbuto, come si può vedere nel quadro di Ribera. Forse a intrattenere Maria venne chiamata Andreana Basile, detta la “Sirena di Posillipo”. Cantante e musicista di arpa e chitarra alla spagnola, diva del suo tempo e sorella dello scrittore Giovan Battista, l’autore de Lu cuntu de li cunti, era estremamente introdotta nelle corti italiane: a fare da padrino della sua terza figlia fu Scipione Borghese. Altro personaggio femminile di spicco del Seicento napoletano, ma di alcune generazioni più giovane, fu Giulia Di Caro, cantante e meretrice che si trasformò in impresaria teatrale e promotrice culturale, assurgendo a esempio di riscatto sociale e intraprendenza.
Infine la mostra tributa un omaggio ad alcune figure meno note della fine del secolo per dare l’abbrivio a future ricerche: tra di loro, Teresa Dal Po ed Elena Recco, cresciute nell’alveo del mestiere di famiglia praticato dal padre e dai fratelli, e la ceroplasta Caterina De Julianis, messa a confronto con la scultrice barocca andalusa Luisa Roldán. Con loro si sconfina nel Settecento chiudendo il lungo dominio spagnolo e aprendo alla parentesi austriaca, prima del nuovo clima culturale che verrà istaurato dai Borboni.
Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo e Direttore Generale delle Gallerie d’Italia, ha sottolineato il valore dell’approfondimento di un capitolo significativo della storia artistica di Napoli che la mostra propone: “Le Gallerie d’Italia concludono la programmazione dell’anno con una preziosa esposizione, un progetto di riscoperta di artiste e opere straordinarie, frutto di nuovi studi, supportato dai migliori curatori, accompagnato da ricerche negli archivi e da restauri, arricchito da prestiti eccezionali grazie al dialogo con importanti istituzioni del Paese e del mondo”.
Abbinato all’esposizione un programma di appuntamenti che prenderà il via nel 2026 e che contempla un ciclo di concerti, un convegno internazionale di studi, una performance teatrale e alcuni incontri sull’abbigliamento e sull’estetica rappresentati nei dipinti in mostra.