di Maddalena Libertini
Il progetto espositivo del Padiglione Venezia si configura come una partitura in più movimenti che toccano diverse dimensioni simboliche della città: sommersa, domestica, mitologica e collettiva. Gli artisti invitati sono Paolo Fantin e Dardust, Ilya ed Emilia Kabakov e Alberto Scodro.
È stata la melodia di “SommersiVO” eseguita al pianoforte da Dardust davanti al pubblico radunato per la cerimonia d’inaugurazione ad aprire il Padiglione Venezia alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. In una Biennale che risuona di musiche, canti, cori, testimonianze vocali, nel padiglione cittadino la curatrice Giovanna Zabotti ha risposto al tema generale di quest’anno “In Minor Keys” con “Note Persistenti”. Realizzato con la partecipazione di Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi e la partnership di BPER Banca, il progetto è formato da tre parti: quella sonora e immateriale di “Echo” di Paolo Fantin e Dardust con HFarm e Cisco, quella domestica e intima del “Diario Veneziano” di Ilya ed Emilia Kabakov, e quella delle sedimentazioni scultoree di Alberto Scodro.
“Note Persistenti”, ha detto Zabotti, nasce dall’ascolto in profondità di Venezia, delle sue vibrazioni invisibili e delle sue memorie, di ciò che persiste nelle sue trasformazioni: “Abbiamo scelto questo titolo pensando a ciò che resta, alle tracce che lasciamo e alla consapevolezza che ogni gesto culturale, artistico, umano che facciamo in questa città crea un’eco che ne travalica i confini. Il padiglione è una partitura collettiva in cui gli artisti diventano canali attraverso cui il pubblico può sintonizzarsi con la città”.
“Note Persistenti” tramuta in esperienza sensoriale la dimensione mitologica di Venezia, città galleggiante fondata sulle acque, in perenne sospensione su una sostanza fluida di vita e di ricordi.
Immersione
Suonare in chiave minore significa evocare emozioni più riflessive e introspettive: una intenzione che riverbera in “Echo”. Qui lo scenografo Paolo Fantin, Oscar della lirica nel 2017, ha ricreato tramite il gioco delle luci che si riducono progressivamente la sensazione di immergersi sott’acqua. Sulla parete tra vibrazioni luminose ondeggiano frasi su Venezia, mentre nello spazio fluttuano parti di un pianoforte a coda: man mano che si avanza, si ricompongono in uno strumento magico che, grazie alla tecnologia, riproduce fedelmente l’esecuzione di “SommersiVO” del compositore, musicista e produttore Dario Faini, in arte Dardust, replicandone l’esatta pressione sui tasti. Il brano viene ripetuto una volta all’ora, mentre nel resto del tempo i visitatori sono invitati a consegnare a un tablet un pensiero. La frase è rielaborata da un’intelligenza artificiale che ne rileva l’emozione associata e le dà nuova forma, proiettandola sulla parete accompagnata da una breve traccia musicale. L’opera reagisce così alla presenza del pubblico e si modifica nel tempo. Gian Paolo Barozzi, Cisco Global Chief Technology Officer, e Davide Bartolucci, founder di Shadow, società di H-Pharm, hanno spiegato a è cultura! come ha funzionato questo ponte tra arte e tecnologia: “Abbiamo seguito la metafora di un viaggio sul fondo della laguna dove si trova il pianoforte di Dardust che suona. I nostri sviluppatori hanno alimentato il database con i testi su Venezia nei secoli forniti dai curatori. A questa memoria si vanno ad aggiungere le nuove frasi dei visitatori: l’IA ne analizza il contenuto e il sentimento e, a seconda dell’emozione che riconosce, appare un diverso colore e si sente un piccolo brano composto da Dardust. Le emozioni delle parole vengono così tradotte in emozioni visive e sonore”, hanno chiarito. L’IA amalgama i nuovi contributi allo stile di quelli già presenti nel database, produce una generazione sonora di alcune parole e rende più nitide le proiezioni dei testi quando il visitatore si avvicina. Inoltre, periodicamente e soprattutto alla chiusura della Biennale sarà possibile sapere non solo quante persone sono venute, ma anche quali sono state le loro emozioni. “Riporteremo elementi di questa esperienza anche nelle nostre aziende. Quello che ci ha colpito è che usare questa tecnologia in un campo squisitamente umano come la creatività artistica non l’ha deumanizzata. Abbiamo assistito a una vera co-creazione tra l’IA, che per molte parti ha agito autonomamente, gli ingegneri e gli artisti”.
Emersione
La componente partecipativa si esprime in maniera ancor più forte in “Diario Veneziano” di Ilya ed Emilia Kabakov. La coppia artistica (Ilya è scomparso nel 2023 ma Emilia continua a portare avanti il loro lavoro) ha costruito un progetto collettivo con gli abitanti della città. In linea con la ricerca condotta nella loro carriera sulla relazione tra elementi visivi e verbali e sugli oggetti della vita quotidiana e il loro contenuto simbolico e riprendendo un’installazione basata sulla scrittura condivisa realizzata a Gand agli inizi del loro sodalizio nel 1993, hanno lanciato una open call agli abitanti chiedendo loro di prestare un oggetto rappresentativo del proprio legame con la città accompagnato da una breve spiegazione scritta. Hanno risposto in 700, tra laguna e terraferma, e questo grande autoritratto di comunità ha preso corpo in due sedi, nel padiglione ai Giardini e al piano nobile di Ca’ Tron sul Canal Grande. Testimonianze residuali, frammenti di storie personali e schegge di memorie individuali diventano protagonisti di un affresco corale nell’installazione di questi semplici oggetti – una caffettiera, un braccialetto, la foto del matrimonio, un giocattolo, un utensile professionale ecc. – nelle teche espositive. “È un racconto emozionante di dieci generazioni di veneziani, dai bambini agli ultranovantenni”, ci ha raccontato Cesare Biasini Selvaggi, “Pagine intime, confessioni molto personali da cui emerge l’autenticità intangibile di Venezia fatta di poesia diffusa, un’identità marcata che compare fin da piccoli ed è la stessa per chi qui è nato o per chi ci approda perché Venezia educa alla ‘venezianitudine’, una ‘freedom of soul’, come la definisce Emilia Kabakov, iscritta nel patrimonio genetico della città e custodita da chi vive qui”.
Il museo effimero del vivente di “Diario Veneziano” è un archivio eterogeneo costruito per sommatoria e tenuto insieme nella polifonia. Torna sul tema della persistenza attraverso il mosaico di narrazioni multiple e la stratificazione dei segni minimi: singole note che si fondono nel concerto della città e ne compongono l’essenza unica.
A pelo d’acqua
Nato a Marostica, Alberto Scodro ha studiato a Venezia allo IUAV dopo una formazione in restauro. Per il padiglione della 61ma Biennale ha creato l’opera “Emersasommersa”, installando nello specchio d’acqua antistante l’edificio un gruppo di sculture della serie UG (Senza titolo Glass-Sand). “Sono sculture di minerali fusi, in cui il legante è la silice, il vetro, e nascono in una situazione di immersione”, ci ha spiegato l’artista, “Si formano all’interno di sabbie, hanno la caratteristica di prendere la forma passando per lo stato liquido, perché il vetro liquefa e poi ricristallizza raffreddandosi. In quel momento escono anche i colori, che sono dati da elementi chimici puri. Possiamo dire che sono delle piccole miniere di elementi e hanno anche una sembianza corallina, come un materiale che può uscire da sott’acqua e per questo abbiamo deciso di metterle sulla vasca”. Tra le ninfee e le piante che bordeggiano la vasca, salgono dall’acqua a diverse altezze le forme plastiche multicolore di Scodro in mezzo a una selva di aste sormontate da maniglie cromate, diventando parte di questo micropaesaggio di laguna in miniatura. Sembrano concrezioni geologiche prodottesi nel tempo nel fondale marino e affiorate in superficie o efflorescenze saline dalle delicate tonalità pastello, frutto dell’evaporazione. Per Scodro assomigliano anche a uccelli di palude tra lo sciame di insetti rappresentato dalle maniglie, che nella sua visione alludono anche agli accessi al mondo sommerso. Grazie alle conoscenze di chimica, maturate nello studio del restauro, e alla dimestichezza con il comportamento delle sabbie, appreso dall’esperienza lavorativa come pavimentista, l’artista segue il processo di trasformazione del materiale con il calore e lo lascia agire con un controllo parziale: preventivamente in queste aggregazioni inserisce anche tracce antropiche – bottiglie, lampadine, perfino un forno – che vengono inglobate e mutano insieme all’agglomerato di minerali, metalli, smalti e pigmenti.
Una delle sculture di Scodro entrerà a far parte della Corporate Collection de La Galleria BPER.
Dopo l’esperienza di “Sestante domestico” nel 2024, BPER Banca è infatti per la seconda volta main sponsor del Padiglione Venezia durante la Biennale. A tal proposito Sabrina Bianchi, Responsabile del Patrimonio Culturale di BPER Banca, ha dichiarato: “La partnership con il Padiglione Venezia e con un progetto come ‘Note Persistenti’ interpreta la volontà di abbracciare una visione culturale che dialoga con il tempo e con la memoria. Venezia è una città che, da sempre, favorisce l’incontro tra culture, rappresenta un crocevia unico al mondo per scambi artistici, intellettuali e umani. In questo contesto, rinnoviamo con convinzione il nostro ruolo: essere in prima linea nella valorizzazione dei territori, dell’arte e della cultura italiana, promuovendo iniziative che sappiano generare riflessione, partecipazione e apertura. Crediamo profondamente nella capacità dell’arte di costruire connessioni e di parlare alle nuove generazioni, contribuendo a una crescita sociale fondata su responsabilità, inclusione e attenzione alla sostenibilità. In questa logica si colloca anche l’acquisto dell’opera di Scodro, che sarà inserita nelle progettualità future della Galleria BPER”.
Il padiglione ospita anche le opere dei quattro artisti under 35 vincitori della settima edizione del premio “Artefici del Nostro Tempo”, concorso rivolto alle nuove generazioni di artisti e alle pratiche emergenti: Jonathan Soliman Awadalla, Elisa Capucci, Nicole Colombo, Rebecca Zen.
Foto di Osvaldo di Pietrantonio