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“Le parole degli altri”: la mostra di Fabrizio Dusi a Palazzo Martinengo di Villagana

“Le parole degli altri”: la mostra di Fabrizio Dusi a Palazzo Martinengo di Villagana

17 Novembre 2025

di Caterina Tozzi

Che cosa significa davvero ascoltare? È attorno a questa domanda, semplice solo in apparenza, che si articola “Fabrizio Dusi. Le parole degli altri”, la mostra allestita negli spazi di Palazzo Martinengo di Villagana e promossa da La Galleria BPER.

Un’esposizione che mette al centro il linguaggio, le sue ambiguità, ma anche la sua capacità di generare relazioni autentiche. Il titolo richiama immediatamente “Le vite degli altri” (2006), il film di Florian Henckel von Donnersmarck in cui un agente della Stasi ritrova la propria umanità ascoltando, nell’ombra, esistenze a lui sconosciute. Un parallelo non casuale. Anche per Fabrizio Dusi le parole degli altri rappresentano un passaggio decisivo, uno spazio di trasformazione che può mutare la diffidenza in opportunità di incontro.

La mostra mette in dialogo due archetipi centrali della tradizione biblica e dell’immaginario storico-artistico: la Torre di Babele e l’Annunciazione. Da una parte, la dispersione dei linguaggi e l’impossibilità di comprendersi; dall’altra, l’irruzione della parola come rivelazione, ascolto e scelta.

Questi riferimenti non restano sul piano simbolico, ma si incarnano nelle opere di Fabrizio Dusi, permeandone materiali, colori e forme: neon che ammoniscono e brillano, ceramiche che sembrano parlare, coperte isotermiche che proteggono e avvolgono. Ogni elemento contribuisce ad un discorso visivo che svela la fragilità della comunicazione contemporanea spesso accecata da parole seducenti ma prive di profondità.

All’ingresso del palazzo il visitatore viene accolto dall’ installazione luminosa “All that glitters is not gold”, celebre citazione tratta da Il mercante di Venezia (1596-1598) di William Shakespeare. Un messaggio semplice ma incisivo che funge da monito e premessa all’intero percorso espositivo.

In un’epoca dominata da una comunicazione rapida, spettacolare e spesso superficiale, il proverbiale avvertimento shakespeariano risuona con forza: “non tutto ciò che luccica è oro”. Le parole, se impiegate in modo improprio, possono abbagliare e confondere, sedurre e manipolare chi ascolta. L’opera invita così a superare il livello dell’apparenza, a diffidare dei messaggi scintillanti ma vuoti e a interrogarsi sul significato autentico di ciò che viene detto.

Un invito alla consapevolezza che trasforma la soglia del palazzo in un vero e proprio spazio di riflessione sul linguaggio e sui suoi poteri.

Spiega la curatrice Giorgia LigasacchiLa ricerca di un linguaggio universale e dominante non corrisponde a verità o autenticità. L’uniformità linguistica può apparire “dorata”, ma nasconde spesso la perdita della diversità, dell’ascolto, del significato profondo. È in questo spirito che la mostra rilegge la Torre di Babele non come condanna, ma come metafora di una pluralità che, se accolta, costruisce senso e valore, anziché frammentarlo. La contaminazione dei linguaggi non significa confondere, ma permettere al gesto pittorico di incontrare la voce, al segno grafico di farsi suono, all’arte di farsi relazione. Contaminare, qui, è un atto di fiducia: credere che, pur nella molteplicità, possiamo ancora comprenderci.

In un tempo dominato da sovraccarico comunicativo e attenzione effimera, l’ascolto torna così a essere – come suggerisce l’artista – un atto urgente, necessario e, forse, rivoluzionario.

La mostra è visitabile fino all’11 gennaio 2026, tutti i venerdì dalle ore 14 alle 18, sabato dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. Ingresso gratuito su prenotazione QUI