di Maddalena Libertini
Sante, eroine, seduttrici e figure allegoriche: le protagoniste femminili dei quadri del Seicento si caricano di forza retorica e simbolica coniugando bellezza e racconto morale.
Nel 1649, verso la fine della sua vita, René Descartes ne Les passions de l’âme enuncia il concetto che le passioni siano il modo con cui il corpo comunica con l’anima. Nel trattato le classifica e, tra le sei che definisce primarie, individua la meraviglia come quella fondativa. Le passioni non sono quindi da condannare: è il loro eccesso a dover essere moderato con la virtù e la ragione. L’impianto filosofico cartesiano arriva a metà secolo e fornisce una base teorica a una sensibilità che gli artisti avevano sviluppato sin dalla fine del Cinquecento provando a dare forma visiva agli affetti, le emozioni umane.
A incarnare la gamma espressiva dei sentimenti e di tutte le valenze simboliche di cui sono portatori si prestano nella pittura barocca soprattutto le figure femminili. È questo il territorio in cui si muove La virtù e la grazia (03.04–28.06.2026), il nuovo appuntamento espositivo de La Galleria BPER di Modena. Con opere della raccolta corporate e prestiti dei Musei Civici e di collezioni private, la mostra a cura di Lucia Peruzzi aggiunge un ulteriore tassello agli affondi artistici e tematici del programma culturale del museo del gruppo bancario. La accompagna anche questa volta il ciclo di incontri di approfondimento ARTtalk.
L’immagine scelta per la locandina della mostra è eloquente: un dettaglio del Ratto di Europa (1685) del genovese Domenico Piola che inquadra la posa della giovane donna con la chioma bionda agitata dall’azione, gli occhi rivolti verso l’alto, le gote arrossate, la bocca socchiusa, il collo allungato e il braccio alzato. Eroine bibliche e letterarie, sante e martiri, personaggi della storia o del mito, le donne dei quadri barocchi veicolano l’emozione attraverso l’espressione del volto, l’enfasi dei gesti, le sfumature dello sguardo, il pallore dell’incarnato, l’inclinazione della testa. Trasmettono turbamento, sorpresa, esitazione, spavalderia, malizia, malinconia, devozione o, talvolta, semplicemente un moto indefinito dell’animo ma ugualmente carico di pathos. La pittura barocca mette in scena: fissa l’afflato sentimentale nella rappresentazione drammaturgica sulla tela. E il femminile interpreta magistralmente grazie al pennello degli artisti le tensioni che caratterizzano il Seicento nella sovrapposizione tra sacro e profano, misticismo ed eros, sopraffazione e ribellione, violenza e purificazione. Diventa un dispositivo retorico attraverso cui storie esemplari si caricano di una valenza morale, funzionando da ammaestramento o ammonimento.
La mostra modenese passa in rassegna il repertorio dei ruoli rivestiti dalle donne nei quadri barocchi nello svolgimento del percorso espositivo. Accanto alla Vergine Maria, paradigma per eccellenza della virtù femminea cristiana, la Maddalena e altre sante consentono di esplorare l’attrazione per il divino con registri intrisi di sensualità. L’intensità della spiritualità rinnovata della Controriforma si intreccia con la ricerca degli artisti improntata a introdurre la verità che passa attraverso la carnalità dei corpi, infiammati dalla passione ascetica, dall’ardore del martirio o dalla sublimazione del sacrificio. Sono mosse o subiscono i trasporti amorosi anche le protagoniste delle favole pagane, la cui fonte primaria sono le Metamorfosi di Ovidio, o i personaggi letterari tratti dall’Orlando furioso e dalla Gerusalemme Liberata, la maga Armida e la guerriera Clorinda che attraverso il sentimento trovano la redenzione. Negli anni in cui Bartolomeo Manfredi dipingeva Tancredi battezza Clorinda, Claudio Monteverdi metteva in musica l’episodio del loro combattimento: pittore e compositore affrontavano la medesima sfida di trasferire al pubblico lo slancio del poema epico, il momento in cui la violenza si muta in grazia, senza la mediazione delle parole.
Dalle pagine dell’Antico Testamento e da quelle della storia romana giungono agli artisti altri modelli virtuosi da ritrarre: Susanna e Lucrezia reagiscono al sopruso rivendicando la propria integrità fino, per la seconda, alla scelta più tragica. Giuditta, invece, rovescia i termini e agisce con coraggio e risolutezza contro il tiranno. Per questi personaggi la bellezza muliebre, che è associata alla fragilità e alla vulnerabilità, si accompagna a forza, coraggio e determinazione e si converte in riflessione morale. È proprio questa capacità di tenere insieme il concreto e l’astratto, l’emozione e il principio, che rende la donna la candidata naturale a interpretare la più sofisticata delle forme retoriche in cui il Seicento declina il proprio programma estetico ed etico: l’Allegoria, con cui si chiude la mostra.
E a distanza di cinque secoli, la questione dei ruoli femminili è cambiata profondamente ma resta materia viva di confronto.