“And They Laughed at Me”: l’Iran nelle foto di Newsha Tavakolian

“And They Laughed at Me”: l’Iran nelle foto di Newsha Tavakolian

12 Gennaio 2024

Al Mudec di Milano, fino al 28 gennaio, la personale dell’artista iraniana vincitrice della prima edizione del premio Deloitte Photo Grant.

“Da quando ho iniziato a fotografare, all’età di 16 anni, la società iraniana è stata ciclicamente spinta sull’orlo del precipizio, lacerata, spezzata e comunque costretta ad andare avanti nonostante le avversità. Ci sono stati così tanti eventi che la vita è diventata una continua corsa verso un avanti indefinito, dove anche il concetto di “ieri” è stato presto dimenticato. A 42 anni continuo a vivere e lavorare in Iran, determinata a testimoniare visivamente la mia versione della storia di questo Paese”.

Con queste parole la fotoreporter e artista visiva di Teheran, Newsha Tavakolian, introduce il suo progetto fotografico esposto al Mudec, Museo delle Culture di Milano, “And They Laughed at Me”, che raccoglie oltre 70 opere tra immagini d’archivio, scatti inediti e fotogrammi realizzati dal 1996 a oggi.

La sua “versione della storia” dell’Iran è quella di una fotografa che con il proprio lavoro ha documentato, finché le è stato permesso, i cambiamenti del suo Paese attraverso la condizione dei suoi connazionali, il loro spaesamento e la loro resistenza rispetto alla restrizione delle libertà, intrappolati nel conflitto tra le imposizioni di un regime repressivo e il desiderio di autodeterminazione.

Dagli inizi precoci della sua carriera, quando lavorava per il quotidiano femminile Zan, poi chiuso, quando registrava con le sue immagini eventi pubblici e collettivi come l’insurrezione studentesca del 1999, le sue foto hanno assunto una dimensione più privata e individuale. Spesso sono in interni domestici o sono ritratti in cui il soggetto guarda direttamente in camera, talvolta invece lo sguardo sembra perdersi nel vuoto. Spesso sono singole persone, al massimo piccoli gruppi. Si percepisce un crescente senso di alienazione, di disorientamento. Nel progetto “And They Laughed at Me” Tavakolian fa riferimento a una strategia di repressione impiegata dalla polizia che usa proiettili di gomma per accecare i manifestanti: un modo per impedire di vedere cosa sta accadendo e, in senso più ampio, di esserne coscienti. Un meccanismo di dispersione, di isolamento che diminuisce la forza di una protesta. Con le sue foto Tavakolian restituisce un senso di comunione tra individui che sono stati separati, dispersi, isolati; restituisce loro la consapevolezza di una sofferenza condivisa che può essere il motore della reazione.

Deloitte Photo Grant 2023: costruire connessioni

Con “And They Laughed at Me”, l’artista iraniana ha vinto, nella sezione Segnalazioni, la prima edizione del Photo Grant di Deloitte, promosso da Deloitte Italia con il patrocinio di Fondazione Deloitte e in collaborazione con 24ORE Cultura, la direzione artistica di Denis Curti e il web magazine Black Camera. Il tema del concorso fotografico era “Connections” e chiedeva ai quasi 700 partecipanti di rispondere alle domande “Cosa significa oggi essere connessi? In che senso interpretiamo le connessioni, umane, professionali, economiche, ambientali?”.

Tavakolian si è aggiudicata il premio di 40.000 euro, l’esposizione al Mudec, partner istituzionale dell’iniziativa, e la pubblicazione del catalogo, per la carica umana contenuta nelle immagini e per la loro maturità narrativa e per la sua capacità di “raccogliere nei suoi scatti attimi di comunione universale”.

Nella sezione Open Call, dedicata agli under 35, il premio è andato alla brasiliana Fernanda Liberti per “Dust from Home”, una riflessione sulla diversità delle migrazioni e sui temi dell’identità e dell’appartenenza geografico-culturale. Di origine siriana, italiana e albanese, Liberti è partita dall’archivio fotografico di famiglia per intrecciare la sua storia con quella di chi l’ha preceduta ed è arrivato in Brasile alla ricerca di un nuovo inizio. Una selezione dell’idea progettuale è visibile al Mudec.

In una rosa la speranza delle donne iraniane

“A volte – continua Newsha Tavakolian – sono riuscita a lavorare per strada come fotografa, mentre, in momenti di grande censura, ho trovato altri modi per contribuire, con il mio linguaggio artistico, a testimoniare tutti quei cambiamenti e quegli eventi che inevitabilmente continuano a plasmarci. Quando poi, negli ultimi anni, mi è stato proibito di partecipare alla vita pubblica, come terapia, ho iniziato a scansionare i miei vecchi negativi. Mi sono accorta che avevo scartato molte immagini, a suo tempo, perché non urgenti o troppo formali. Ora, guardando indietro, capisco quanto esse riescano ancora a trasmettere il fuoco di un cambiamento radicale e profondamente desiderato. In parallelo, sto traducendo eventi recenti e inattesi turbamenti politici in nuove immagini”.

Per il progetto esposto al Mudec, Tavakolian ha scelto di ripartire da alcuni vecchi negativi scartati per errori suoi o dovuti allo sviluppatore o alla macchina fotografica. Immagini imperfette ma che “mostrano la realtà grezza e non rifinita, a cui non possiamo sottrarci”. Le ha mescolate con immagini più recenti, che affiancano il registro più reportagistico a quello evocativo, simbolico. Ha aggiunto alcune didascalie a mano sulla parete, rendendo il racconto personale senza, però, offuscarne il messaggio politico e universale. In alcune foto è intervenuta a posteriori, introducendo ulteriori imperfezioni, cancellando i volti. È il caso del “Ritratto di una giornalista a Teheran” o della foto più emblematica della mostra, “Ragazza che annusa una rosa” scattata nel 1998, che viene progressivamente alterata e lacerata.

“Dalla rivisitazione di queste immagini d’archivio, sullo sfondo di eventi ancora una volta terribili, emerge un chiaro rito di passaggio dalla speranza e dai sogni della giovinezza verso la delusione della realtà e la conclusione che c’è una sola vera scelta nella vita: essere attratti dalle tenebre o scegliere di combattere le tenebre e andare verso la luce”, dice Tavakolian.

Photo Credits: G. Pezzato

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