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A Verbania il design a reazione emozionale di Mendini

A Verbania il design a reazione emozionale di Mendini

24 Luglio 2026

di Maddalena Libertini

Capace di muoversi con disinvoltura tra la scrittura teorica, la direzione editoriale, il disegno di un cavatappi e la progettazione di un museo, quella di Mendini è stata una figura dalla creatività polimorfa. La retrospettiva, curata da Loredana Parmesani e che vede tra gli sponsor BPER Banca, prende le mosse dall’approccio con cui Mendini interpretava gli spazi domestici e le cose di tutti i giorni.

Agli inizi degli anni settanta, nell’ambito di un progetto sperimentale del Centro Ricerca e Sviluppo di Cassina, Alessandro Mendini aveva concepito il Monumentino da Casa, innalzando la sua sedia Lassù su un piedistallo di gradini di legno. Poi, con l’impeto corrosivo del Design Radicale, ne aveva messo in scena la morte dandogli fuoco. Aveva ripetuto l’azione distruttiva su un’altra versione di Lassù documentandola sulla copertina di Casabella 391 (1974): “Il suo ingombro è diminuito, le sue ceneri sono state raccolte, la sua vita è cessata con un rito: è passata da oggetto a reliquia, da materia a ricordo”, aveva scritto nelle pagine della rivista che dirigeva. Da quel rogo e da quelle ceneri era scaturita la fenice di un principio progettuale di rinascita, quello del re-design, l’assemblaggio disinvolto di codici linguistici, citazioni culturali, banalità dell’ordinario, di cui la Poltrona Proust (1978) è l’esito più iconico nella lunga carriera di uno degli autori che più ha rivoluzionato il design italiano e internazionale. Ne ripercorre le tappe salienti a Villa Giulia a Verbania la mostra Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi (16 maggio – 27 settembre) curata da Loredana Parmesani, in collaborazione con l’Archivio gestito dalle figlie Elisa e Fulvia Mendini e con l’allestimento di Alex Mocika, collaboratore storico nell’Atelier Mendini. Non in un museo convenzionale, quindi, ma in una casa – la villa affacciata sul Lago Maggiore che a fine Ottocento Giuseppe Branca, imprenditore del Fernet, fece ristrutturare per la moglie – dove il concetto di spazio domestico suddiviso in stanze impronta la logica distributiva delle 130 opere esposte. La stanza come microcosmo, contenitore di vita, deposito di ricordi, cambiamenti, imprevisti, inquietudini torna, spiega Parmesani, negli scritti di Mendini con la ricorrenza di un’ossessione gentile: qui si compie il “rito dell’autoterapia attraverso il progetto” e il design mette in secondo piano le proprietà funzionali ed estetiche per privilegiare la cura dell’anima e l’attivazione delle emozioni. A Villa Giulia ogni stanza è imperniata su un’opera guida che dà consistenza fisica a un tema di ricerca, una strategia progettuale e un nucleo della riflessione critica di Mendini e si contorna di disegni, bozzetti, fotografie, testi e altri oggetti. Oltre alla già menzionata poltrona puntinista, c’è la Sedia di paglia (1974), cortocircuito semantico realizzato accostando semplici balle rettangolari, espressione della fase iniziale di sovvertimento delle logiche del design in cui dichiarava di “non avere lampade per penetrare con qualche raggio dentro al buio del futuro” ed effettivamente progettava la Lampada senza luce tra i suoi oggetti a uso spirituale. La stanza in cui troneggia il divano K2 per A Lot Of Brazil (2013), riedizione del Divano Kandissi, riassume il destreggiarsi di Mendini tra gli amati riferimenti artistici, in particolare delle avanguardie, che diventano materiale operativo dei suoi meccanismi di decostruzione, assemblaggio e reinvenzione. Il Mendinigrafo (1985) è il modulo del suo alfabeto di segni, organismi elementari che possono moltiplicarsi, cambiare scala e contaminare ogni progetto. Miniaturizzare e ingigantire, mescolare e isolare, associare e scomporre, ripetere e variare sono le cifre di una filosofia che non si cristallizza in regole ma in aperture e possibilità. La tensione all’infinito che contiene il principio seriale e la mutazione sta anche nel più lungo e produttivo sodalizio, quello con Alessi, avviato nel 1977 con la direzione della rivista Modo. Nei quarant’anni successivi Mendini è stato creatore di oggetti, architetto, design manager e storiografo ufficiale dell’azienda, che ha sede poco distante da Verbania. I vasi 100% Make up di Alessi (1992) recuperano in parte l’idea di opera collettiva avanzata a partire da Mobile Infinito e la applicano all’oggetto archetipo-vaso, replicabile industrialmente ma reso “speciale” dall’intervento decorativo di cento artisti di discipline diverse. Il dialogo con l’industria diventa anche oggetto di riflessione sulla professione. Con l’abito Completo Logo (2003) marchiato dai brand con cui aveva collaborato e dai loghi di multinazionali, realizzato da Kean Etro, Mendini si autodenuncia per essere al servizio delle aziende. Se questa è la condizione che il designer deve accettare insieme alla logica del prodotto, molti dei suoi progetti, primi tra tutti i cavatappi Anna G. e Alessandro M., parlano però di umanizzazione del design; le loro forme divertenti, argute e colorate innescano complicità, chiedono di essere toccate, guardate e accolte in casa come personaggi o feticci. D’altra parte, ricorda Parmesani tornando al titolo della mostra, quelli di Mendini, più che oggetti, sono cose secondo l’accezione heideggeriana del termine: Das Ding, la cosa, che non è neutrale e “porta con sé un’aura, una densità di relazioni, un radicamento nel vissuto”.

Nella foto: Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi, Verbania, Villa Giulia, 2026; installation view