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Banca Ifis e l’Economia della Bellezza 2026: quando il saper fare italiano diventa strategia di crescita

Banca Ifis e l’Economia della Bellezza 2026: quando il saper fare italiano diventa strategia di crescita

13 Settembre 2026

di Samantha De Martin

Il rapporto 2026 dell’Osservatorio di Banca Ifis racconta il valore economico e culturale del Made in Italy e individua nelle competenze, nel territorio, nella cultura d’impresa, nella distribuzione e nella tecnologia le leve per rafforzarne la competitività.

La Bellezza non è solo estetica, ma rappresenta un vero e proprio fattore produttivo. È questa l’idea alla base di Economia della Bellezza, la piattaforma di cultura d’impresa del Social Impact Lab Kaleidos di Banca Ifis ideata e lanciata nel 2021 con l’obiettivo di dare voce a quel comparto trasversale dell’economia connesso al concetto di Bellezza, ma anche a quelle imprese che pongono alla base delle proprie attività la valorizzazione del patrimonio italiano, facendo leva su managerialità e tecnologia.

Il progetto di Banca Ifis misura anno dopo anno il contributo della Bellezza allo sviluppo complessivo dell’economia italiana e nei maggiori settori produttivi che contraddistinguono il Made in Italy, raccontandolo non soltanto come fenomeno produttivo, ma come espressione di un modello di sviluppo in cui economia, cultura e identità si intrecciano in modo inscindibile.

Lo studio evidenzia come In Italia, il comparto della Bellezza rappresenti il 28% del PIL nazionale, dato che ne conferma il ruolo strutturale all’interno del sistema economico del Paese.

Dal 2019 al 2025, il settore è cresciuto da 462 a 614 miliardi di euro, registrando un incremento del 33%. Un risultato che conferma la solidità del settore grazie all’incontro tra manifattura, cultura, territorio e innovazione, che trasformano il saper fare italiano in valore economico concreto.

L’Economia della Bellezza dimostra come l’eccellenza italiana non rappresenti solo il risultato occasionale della creatività, ma il frutto di un patrimonio di competenze, identità, relazioni e conoscenze che può essere organizzato, trasmesso e trasformato in valore.

È proprio nella capacità di tenere insieme radici e contemporaneità, cultura e impresa, artigianato e tecnologia che il Made in Italy trova una delle sue principali leve di competitività.

Letta da questa prospettiva, la bellezza diventa quindi non soltanto qualcosa da conservare, ma patrimonio vivo da far evolvere, una possibile strategia di crescita per le imprese, il Paese e i territori.

L’edizione 2026 concentra l’attenzione sulle leve manageriali che possono rafforzare il posizionamento internazionale delle imprese italiane. L’analisi prende avvio da dodici aziende virtuose, espressione di sei famiglie materiche – ceramica, legno, marmo, metallo, tessile e vetro –per allargarsi a un’indagine quantitativa condotta su 400 imprese dei settori dell’artigianato artistico, della meccanica e manifattura, della moda e del sistema casa. Realtà diverse capaci di trasformare il “saper fare” in un sistema competitivo che va oltre la mera eccellenza tecnica per diventare veicolo culturale e strategia industriale

La nuova edizione di Economia della Bellezza 2026 propone un modello dell’alto artigianato e delle PMI del territorio basato su cinque variabili. La prima riguarda la costruzione di un brand autorevole, dal momento che la marca, definita “La risorsa più durevole dell’impresa” sopravvive ai prodotti e alle strutture aziendali. Se la seconda variabile concerne l’internazionalizzazione e il posizionamento distributivo (il brand “Made in Italy” e la sua alta appetibilità a livello mondiale rendono facile l’esportazione in altri paesi), la terza variabile riconosce l’investimento nella cultura aziendale un elemento distintivo e leva strategica. D’altra parte il capitale umano e il suo know-how costituiscono l’anima fondamentale delle aziende.

La quarta variabile guarda al territorio come spazio identitario, dato che per un brand, la propria origine è una forza che incide sulle performance non solo a livello locale, ma anche a livello nazionale e internazionale. Quinta e ultima variabile è rappresentata dalla tecnologia e dalla cultura progettuale. Oggi l’evoluzione tecnologica pervade infatti ogni aspetto dell’impresa, per questo è importante sfruttarla per ampliare la conoscenza e il know-how del sapere tradizionale.

Quello che emerge è un modello nel quale tradizione e innovazione, più che alternative, diventano componenti di una stessa strategia. Il “saper fare” dei Maestri d’Arte, eredità culturale del Paese, diventa così una qualità competitiva: riconoscibilità e capacità di distinguersi sui mercati derivano dalla possibilità di trasformare il patrimonio di conoscenze in un elemento strutturale dell’impresa.

Anche la cultura del design assume a sua volta un ruolo strategico. La collaborazione stabile con designer, architetti e artisti cessa di rappresentare esclusivamente un elemento creativo o comunicativo per entrare nel processo di sviluppo del business.

Come afferma Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis, «Valorizzare l’approccio manageriale del Made in Italy significa, dunque, riconoscere che la nostra eccellenza non è episodica né esclusivamente creativa, ma organizzata, trasmissibile e misurabile. Significa affermare che la contemporaneità nasce dalle radici più profonde e che la Bellezza, quando è governata con visione e responsabilità, può diventare una vera strategia di crescita per il Paese».

Il valore dell’identità attraversa tutti i comparti analizzati. Nella meccanica, nell’altra manifattura, nell’artigianato artistico oltre la metà delle imprese investe nell’identità di marca, soprattutto attraverso la comunicazione dei propri valori distintivi. Nella moda è invece particolarmente forte la riconoscibilità del prodotto, a conferma del peso dell’estetica e dell’autenticità del “fatto in Italia”.

Anche l’internazionalizzazione viene riletta in questa prospettiva: distribuire all’estero significa soprattutto costruire relazioni dirette, capaci di preservare la narrazione e l’identità definite dall’impresa.

Un altro elemento centrale è la cultura aziendale, con la formazione interna, la trasmissione delle competenze, i passaggi generazionali e la tutela del know-how che diventano strumenti essenziali per conservare un patrimonio che rischia altrimenti di disperdersi. Un tema particolarmente rilevante considerando che, negli ultimi 25 anni, le imprese artigiane della manifattura sono diminuite del 38%.

Il territorio, infine, non è soltanto il luogo in cui l’impresa opera, ma parte della sua identità. Collaborazioni di filiera, apertura dei siti produttivi e iniziative con musei e comunità locali possono trasformare il radicamento territoriale in una fonte di innovazione, attrattività e valore condiviso.

In questo modello la tecnologia rappresenta la leva più trasversale. Gli investimenti tecnologici interessano circa il 60% delle imprese nei diversi settori e intervengono sul design, sui processi produttivi, sulla comunicazione e sul controllo della qualità. L’intelligenza artificiale si colloca ormai al secondo posto tra le tecnologie considerate.

Secondo le stime dell’Osservatorio, l’applicazione sistemica del modello può generare incrementi a doppia cifra in tutti i comparti analizzati. La moda presenta il potenziale maggiore: una strategia integrata sulle cinque leve potrebbe tradursi in un +19% di fatturato e +15% di EBITDA.

Su scala nazionale, se le imprese attivassero almeno uno degli investimenti previsti dal modello, l’effetto stimato sarebbe di circa 46 miliardi di euro di maggiore valore della produzione ogni anno.