di Maddalena Libertini
A è cultura! Eleonora di Benedetto, vicepresidente della Fondazione Severino, racconta Benu il progetto partecipativo che ha dato vita a due grandi opere permanenti di arte contemporanea nella Casa circondariale romana, frutto della collaborazione tra l’artista Eugenio Tibaldi e 60 donne in reclusione. Le tappe creative di questo lavoro sono ora oggetto di una mostra presso gli spazi della Fondazione Pastificio Cerere.
La fenice, ricorda lo storico Michel Pastoureau nel libro Bestiaires du Moyen Âge, è il più meraviglioso degli uccelli. Il suo collo è d’oro puro, il petto color porpora, le sue ali brillano come zaffiri o smeraldi, al posto degli artigli le sue zampe hanno rubini. Quando sente la morte avvicinarsi, si cosparge di profumi, mirra e incenso, si costruisce una pira, accende il fuoco sbattendo le ali e vi si posa. Dopo tre giorni e tre notti rinasce dalle sue ceneri, ritrova la sua giovinezza e vola via verso una nuova vita. Coerentemente con la sua leggenda, la fenice è una creatura fantastica che ha conosciuto una rinascita millenaria, trasmigrando tra culture, latitudini ed epoche e rinnovando costantemente la potenza del suo simbolo. A Roma, dal 10 dicembre 2025, ha assunto le forme di due installazioni permanenti alte 11 metri, collocate all’interno della Casa circondariale femminile di Rebibbia “Germana Stefanini” e visibili anche all’esterno. L’opera site-specific si intitola Benu ed è stata realizzata da Eugenio Tibaldi in collaborazione con un gruppo di donne recluse. Promossa dalla Fondazione Severino e dalla Fondazione Pastificio Cerere con il sostegno di Intesa Sanpaolo, Benu riprende l’antico nome egizio della fenice, divinità legata al dio del sole Ra, e contiene la radice del verbo wbn, splendere. E la luce è parte dell’opera che si illumina di notte attraverso l’energia prodotta da sei cyclette collegate ad accumulatori elettrici e azionate di giorno dalle donne recluse.
Dal 23 settembre 2026 al Pastificio Cerere Benu è diventata anche una mostra che resterà aperta fino al 28 novembre. Curata da Marcello Smarrelli, l’esposizione ricostruisce il processo partecipativo che ha portato alla nascita delle due fenici attraverso gli elaborati delle detenute, i disegni e gli acquerelli preparatori dell’artista, un prototipo di light-box e un video. L’allestimento documenta anche come quell’immaginario abbia continuato a germogliare e a trasformarsi in altre esperienze creative coordinate da Tibaldi dopo quella nel carcere.
Ne parliamo con Eleonora di Benedetto, vicepresidente della Fondazione Severino, che ha seguito la genesi e lo sviluppo di Benu.
“Abbiamo costruito questo progetto insieme con Marcello Smarrelli, che ne è il curatore ed è anche il direttore artistico della fondazione Pastificio Cerere, con cui avevamo già collaborato in precedenza per portare l’arte contemporanea negli istituti penitenziari. Siamo partiti nel 2024, quindi in vista dell’anno giubilare e, avendo in mente l’esempio dell’intervento del Padiglione della Santa Sede all’interno della Casa di reclusione femminile della Giudecca alla Biennale di Venezia, ci siamo detti che volevamo fare qualcosa a Rebibbia. Marcello ha proposto Eugenio Tibaldi, uno degli artisti contemporanei più attenti ai margini in senso sociologico. Tibaldi ha lavorato in diverse occasioni con categorie fragili come migranti e senzatetto. Ci è sembrato molto indicato per questa circostanza. Tibaldi non è arrivato con una proposta definita a priori ma ci ha detto che l’avrebbe elaborata dopo essere venuto in carcere e aver incontrato le detenute. Una delle sue qualità è proprio quella di calarsi nei contesti, mettersi in dialogo, creare un rapporto con le persone coinvolte e far emergere da loro le idee con cui realizzare l’opera. È stato solo dopo diverse visite che ci ha sottoposto la fenice, che porta in sé il tema di rinascere dalle proprie ceneri. È anche un’immagine che tutte le donne che hanno partecipato al progetto conoscevano, pur provenendo da paesi e realtà molto diverse: difficilmente si trova un simbolo così universale, diffuso e persistente e al quale, più o meno, tutte le culture attribuiscono lo stesso messaggio.”
Qual è stata la risposta delle donne che hanno partecipato e come hanno contribuito ad arrivare alla configurazione finale di Benu?
“È stata una risposta eccezionale. Di solito a questi laboratori partecipano 10-15 persone, in questo caso sono state circa 60. Tibaldi ha chiesto loro di rappresentare, per iscritto o disegnando, una fenice che illustrasse il loro miglior pregio e il loro peggior difetto. La difficoltà iniziale per queste donne è stata proprio individuare il loro pregio, perché, come spesso accade, non hanno nell’autostima e nella capacità di valorizzarsi i loro punti di forza. Grazie però a questo percorso di ascolto e di avvicinamento all’arte alla cultura sono riuscite a far emergere cose molto belle che la mostra al Pastificio Cerere mette bene in evidenza. È stato un processo lungo di confronto e di elaborazione: Tibaldi è stato con loro per mesi, indicativamente da ottobre 2024 a maggio 2025. Poi ha raccolto e selezionato le indicazioni tratte dai loro testi e dai loro disegni, le ha tradotte in attributi grafici che ha fuso in queste figure zoomorfe. In un certo senso, ha fatto un passo indietro lasciando che divenissero autoritratti corali delle partecipanti. Le due fenici sono state ingrandite, stampate su plexiglas retroilluminato e le light box di circa 3 metri sono state montate su pali di 8 metri. Le detenute sono molto orgogliose di aver creato delle opere che si possono anche vedere da fuori, dal quartiere di San Basilio, soprattutto di notte quando sono accese. Si illuminano però solo se viene accumulata l’energia attraverso le cyclette installate nei passeggi: questo significa che sono loro stesse a scegliere sia se lavorare sul proprio benessere fisico e mentale, sia se accendere o non accendere le opere.”
Le due Fenici sono diventate un segno nel paesaggio urbano circostante, e quindi un modo per rendere visibile una realtà che normalmente resta separata dalla città. Quanto incide l’arte nella capacità di restituire dignità e identità alle persone che vivono l’esperienza del carcere?
“Con la Fondazione Severino siamo arrivati inizialmente in carcere soprattutto con l’intenzione di lavorare sulla formazione e sulle competenze professionali, che sono elementi fondamentali per facilitare il percorso di reinserimento e raggiungere un’autonomia economica. È noto a livello internazionale che sono gli strumenti principali per combattere la recidiva. Ma soprattutto per chi deve scontare pene molto lunghe questo accompagnamento non funziona da solo e abbiamo iniziato a proporre anche attività artistiche e culturali. E abbiamo visto quanto siano trasformative: teatro, scrittura, circoli di lettura, laboratori di disegno o di ceramica permettono innanzitutto di far emergere abilità che non erano mai state riconosciute o non avevano avuto modo di rivelarsi. Ci siamo accorti che agiscono anche sulle cosiddette soft skills, le competenze trasversali: facendo teatro si impara a parlare davanti agli altri, a stare in gruppo, a rispettare le regole, a impegnarsi; attraverso la scrittura e la narrazione si possono rielaborare parti della propria storia e riappropriarsene. Questi laboratori diventano anche osservatori privilegiati per capire i bisogni e le difficoltà di persone che difficilmente riescono a comunicarli direttamente in colloqui con educatrici e psicologhe: in queste attività le donne si raccontano, parlano del loro passato, del perché hanno fatto certe scelte e iniziano a immaginare possibilità diverse perché si rendono conto di essere capaci di fare cose diverse. L’arte, il contatto con il bello e con l’atto creativo lavorano sull’autostima e sulla visione prospettica. C’è poi un altro aspetto: la formazione e il reinserimento lavorativo non sono purtroppo opportunità disponibili per tutte e necessariamente si predilige offrirle a chi ha quelle competenze trasversali indispensabili per intraprendere un percorso nella legalità. Attraverso queste attività culturali, diamo modo alle donne recluse di svilupparle e di acquisire i requisiti per essere elegibili a formazione e lavoro.”
La Fondazione Severino nasce proprio con questa missione, quella di accompagnare i fragili che vivono nella condizione di marginalità del carcere a rientrare nella legalità. Come è articolato il vostro lavoro?
“La Fondazione Severino è stata creata nel 2019 per volontà di Paola Severino che, visitando molti istituti di detenzione come ministro della Giustizia, era rimasta particolarmente colpita dalle condizioni delle donne detenute. Quindi ha deciso di costituire questa fondazione con un’attenzione specifica sulla detenzione femminile e dei minori che sono due categorie particolarmente fragili. È molto importante riuscire a supportarli consentendo loro di acquisire strumenti culturali e tecnici che evitino che possano tornare a delinquere. Per questo svolgiamo attività di formazione lavorativa e di supporto nella fase dell’uscita che è la più delicata. Affianchiamo anche attività artistiche, culturali, sportive e sanitarie, per esempio gli screening senologici in collaborazione con Komen Italia. Abbiamo stipulato un protocollo d’intesa con la Luiss Guido Carli e abbiamo un osservatorio che si occupa di tematiche legate alla detenzione, con sportelli d’ascolto sia a Roma sia nella Casa Circondariale di Civitavecchia per aiutare le persone detenute a orientarsi sui loro diritti. Operiamo prevalentemente a Roma e nel Lazio, ma abbiamo un forte legame anche con l’Istituto Penale per Minorenni di Nisida e abbiamo collaborato con la Casa di Reclusione di Milano-Bollate e ora stiamo lavorando a un progetto con l’IPM Cesare Beccaria. Inoltre, in tutta Italia facciamo attività di sensibilizzazione con le aziende sull’importanza di includere forza lavoro proveniente dal carcere. Sempre in ambito artistico, le detenute di Rebibbia hanno partecipato alla realizzazione della Valchiria Venus di Joana Vasconcelos allestita alla mostra della Fondazione Valentino. Da lì è scaturita una nuova collaborazione con la Fondazione Valentino, che stiamo attualmente strutturando. Quest’anno abbiamo presentato le esperienze di Benu e Venus alla 31ª Conferenza dei Direttori dei Servizi Penitenziari e di Probation del Consiglio d’Europa che si è svolta a La Valletta a Malta a giugno. Stiamo lavorando molto sull’analisi e sulla misurazione dell’impatto sociale dell’arte in carcere perché è importante, per chi sostiene questi progetti, poter dimostrare gli effetti reali che producono.”