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Mario Schifano, le metamorfosi del pittore. Nell’intervista a Daniela Lancioni, curatrice della retrospettiva romana, le invenzioni di un artista dalla creatività multiforme

Mario Schifano, le metamorfosi del pittore. Nell’intervista a Daniela Lancioni, curatrice della retrospettiva romana, le invenzioni di un artista dalla creatività multiforme

24 Giugno 2026

di Maddalena Libertini


Ultime settimane per visitare a Palazzo delle Esposizioni la grande mostra con cui Roma celebra uno dei suoi artisti più amati. Intesa Sanpaolo è partner del progetto ed è presente con nove opere della sua collezione.

Il 12 aprile 2026 il quotidiano La Repubblica ha pubblicato la notizia del ritrovamento, dovuto alla tenacia dello scrittore Aurelio Picca, di un’opera inedita di Mario Schifano, dipinta nel carcere di Frosinone durante la detenzione di tre mesi a seguito dell’arresto per possesso di droga nel dicembre 1982. Oggi il quadro si trova nella nuova sede della casa circondariale, dopo l’abbattimento della precedente struttura chiusa nel 1991. La tela, lunga 3,6 m per quasi 2 m di altezza, raffigura una Regina Coeli, una Madonna incoronata tra le nuvole nel celeste del cielo, ed è autografata in più punti dal pittore. Una riscoperta importante che è anche testimonianza della nota generosità di Schifano, che non di rado elargiva in dono suoi lavori e non solo. Allo stesso tempo la vicenda della reclusione e il racconto della ricerca hanno riacceso la memoria della personalità spericolata e ‘selvaggia’ del “piccolo puma” – così lo definì Goffredo Parise –, nato a Homs in Libia nel 1934 e morto d’infarto nel 1998. La sua biografia intensa, febbrile, strabordante, che include le notti romane al Piper, i Rolling Stones, le innumerevoli conquiste femminili, l’appartamento usato come set da Marco Ferreri, ha alimentato una leggenda che ha talvolta distratto dal suo valore di artista.

Fa un’operazione di segno diverso la mostra antologica al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Mario Schifano (17 marzo-12 luglio 2026), curata da Daniela Lancioni. L’uomo Schifano non scompare; al contrario, è molto presente nelle immagini di repertorio a disposizione dei visitatori, ma è l’artista Schifano a prendere la scena nelle sette sale e nella rotonda del piano nobile della sede espositiva con grandi dipinti, piccole tele, un gruppo consistente di polaroid e fotografie, ripercorrendo dagli esordi fino agli ultimi anni tutte le sperimentazioni salienti della sua carriera. È ben rappresentato anche lo Schifano regista grazie a una accurata ricerca della produzione di film e cortometraggi proiettati in una rassegna parallela alla mostra.

Intesa Sanpaolo, che nel 2023 a Schifano aveva già dedicato una retrospettiva alle Gallerie d’Italia di Napoli, è partner dell’iniziativa romana e vi partecipa anche con nove opere delle sue raccolte, di cui sette provenienti dal nucleo della Collezione Luigi e Peppino Agrati. Il gruppo bancario conferma così la collaborazione con il Palazzo delle Esposizioni, avviata con la XVIII Quadriennale e soprattutto con l’allestimento della XX edizione di Restituzioni, il grande programma biennale di restauri di opere d’arte condotto da Intesa Sanpaolo.

Cementi, smalti, spray e stencil, metacrilati, tele emulsionate, stampe fotografiche, digitali, la pellicola 16 mm, ingrandimenti, proiezioni, estrapolazioni, sovrapposizioni, parcellizzazioni: nel “moto perpetuo” che connota il lavoro di Schifano, la sua arte è una proliferazione di tecniche, strategie e materie. La mostra di Palazzo delle Esposizioni le riconduce a un corpus unico con una radice saldissima nella pittura, fulcro intorno a cui ruotano le sue metamorfosi e invenzioni. Come ritrovare la matrice costante del pittore in un artista che ha esplorato pratiche e forme linguistiche molteplici come Schifano? Abbiamo chiesto a Daniela Lancioni di guidarci.

“Pittore significa prima di tutto creatore di immagini. Mario Schifano è pittore non solo quando lavora sulla tela o quando disegna, è stato pittore quando ha realizzato i suoi cortometraggi, i suoi film, è pittore con le fotografie: è sempre costruttore di immagini, immagini che hanno una struttura concettuale e un impatto visivo molto potenti”.

Quella di Schifano è una rigenerazione della pittura che introduce nuovi modi di guardare e, quindi, di pensare, precisa Lancioni. Abbiamo provato a seguirne le tracce isolando alcuni aggettivi – categorie di lettura, non esaustive – che illuminano altrettanti cardini della sua creatività artistica.

Complesso

Sono due i registri principali di complessità che si possono attribuire all’artista: il primo sta nel processo del fare, il secondo nelle implicazioni estetiche e concettuali, non sempre messe in evidenza soprattutto dallo stesso Schifano che poco amava parlare del suo lavoro e preferiva esprimersi per immagini.

“Schifano è stato spesso celebrato per il suo talento naturale, di autodidatta, riversato nella voluttuosa pittura dei monocromi o degli straordinari quadri degli anni Ottanta in cui si riconosce il gesto, le grandi pennellate. Con la mostra abbiamo cercato di mettere in rilievo anche altri aspetti della sua opera. Per esempio viene ricordato come il pittore veloce. In realtà, soprattutto nei cicli più importanti, ha utilizzato una sovrapposizione di tecniche e di processi, che è in qualche misura il contrario della velocità, ogni quadro è una specie di archeologia”. Sul piano intellettuale, invece la complessità si innesta nella galassia dei suoi riferimenti culturali, spesso incastonati nei titoli delle sue opere: suggestioni letterarie e ascolti musicali, rapporti con scrittori e poeti, contatti con altri artisti italiani e internazionali, la temperie di galleristi e critici, le fonti tratte dalle avanguardie della storia dell’arte e soprattutto la sua ricettività rispetto ai fenomeni che si andavano manifestando intorno a lui.

“Schifano è stato, in un certo senso, un artista postmoderno, un cantore del proprio tempo, che ha voluto tradurre in termini visivi l’attualità. Molti suoi lavori sono delle trascrizioni visive del pensiero a lui contemporaneo a cui aggiungono elementi molto interessanti che solo la pittura avrebbe potuto restituire”.

Stratificato

“La stratificazione, ci siamo resi conto a posteriori, è uno dei fil rouge della mostra. Stratificate sono le fasce di colore che compongono i primi paesaggi della seconda metà degli anni cinquanta, paesaggi mentali più che naturalistici esposti nella prima sala. Si ritrova stratificazione anche nel gruppo dei monocromi della sala successiva. Sotto lo smalto Ripolin, per esempio, di Manifesto 60 della Collezione Maramotti – lo sappiamo grazie alle indagini con raggi UV – c’è una sequenza di operazioni e di strati: c’è la tela centinata in maniera abbastanza rudimentale, con zeppe che spingono in avanti le estremità laterali; c’è un collage di carte, tra cui un frammento del manifesto della Triennale di Milano del 1960, dal quale forse deriva il titolo dell’opera; ci sono carte disegnate, pezzi di giornale. Le pieghe e le grinze di queste carte incollate con il Vinavil costituiscono parte del tessuto pittorico perché diventano quasi delle lumeggiature, delle pennellate. E ancora: in quadri come Grande Angolo, Splendido Astratto con Anima, Grande Particolare, oltre alle carte applicate su tela, c’è Mario Schifano che ha fotografato un paesaggio, forse da una rivista, forse da un libro, l’ha proiettato sulla tela, ne ha tracciato i contorni, poi è intervenuto con un pastello e alla fine ha dipinto. La sovrapposizione diventa palese quando nella seconda metà degli anni sessanta realizza lavori come Futurismo rivisitato a colori o Chiamato K Malewič in cui agisce sulle tele con la vernice a spray e usando delle mascherine preparate da lui e fissate provvisoriamente con puntine di disegno. E sopra questa pittura il filtro colorato delle lastre di plexiglass. E si può continuare con i Paesaggi TV negli anni settanta e così via. L’aspetto per cui è interessante è che non riflette il processo naturale delle fasi di esecuzione di cui si compone una tecnica: le stratificazioni sono a vista, si percepiscono come le voci di un coro”.

Interrotto

È Schifano stesso in un’intervista del 1966 a parlare di “incompletezza voluta” e tornano spesso nelle sue dichiarazioni i termini “interruzione” e “approssimativamente”, quest’ultimo così tante volte – ricorda Lancioni – da diventare emblema del suo lavoro. 

“A mio avviso questa è una delle grandi invenzioni visive di Schifano, una di quelle con cui traduce il precipitato del pensiero in circolo nella seconda metà del Novecento. Penso allo strutturalismo, agli scritti di Carla Lonzi o di Cesare Vivaldi, a Opera aperta che Umberto Eco pubblica nel 1962. La grande scoperta dell’arte di Schifano è che l’approssimativo, il non finito diventa un brano eccezionale di stesura pittorica. Il quadro forse più esplicito sul non finito è Grande pittura della Collezione Luigi e Peppino Agrati – Intesa Sanpaolo, in cui si vede questa pittura sul muro, presumibilmente lasciata a metà da qualcuno che ha abbandonato il suo posto di lavoro per non farvi ritorno”.

Combinatorio

L’attitudine combinatoria di Schifano è espressione del suo modo di interpretare la relazione con la realtà: una vis che conosce per parti ma che tende al tutto, e Tutto è proprio il titolo della celebre personale del 1963 alla Galleria Odyssia di Roma che segna un passaggio cruciale nella carriera dell’artista. Combinazioni anche fisiche di tele in dittici e trittici che, nella serie fotografica di Ugo Mulas esposta in mostra, Schifano si diverte a mescolare e scompaginare.

“Sono tutti concetti che girano intorno al fatto che l’obiettivo non è restituire un’immagine unitaria, categorica, perentoria, ma un’immagine dalla quale partono tanti raggi in direzioni diverse. Maurizio Fagiolo Dell’Arco, che scrive molto su Schifano in quegli anni, vede nella parcellizzazione del supporto in dittici o trittici l’intenzione di comunicare il “misterioso messaggio di molteplicità nell’unità, di suddivisione della continuità, di frattura nell’ordine”. La trovo una bellissima intuizione: questa unitarietà che ha tante sfaccettature, quanti sono gli occhi che la guardano, è appunto l’opera aperta”.

Romano

A quasi vent’anni dalla retrospettiva curata da Achille Bonito Oliva alla Galleria d’Arte Moderna di Valle Giulia in occasione del decennale della morte di Schifano, il nuovo evento espositivo di Palazzo delle Esposizioni è un omaggio di Roma al suo artista. “È noto l’attaccamento di Schifano alla città, ribadito in molte interviste, anche se a differenza di altri colleghi non lavorava su temi propriamente romani. E questo attaccamento era ed è ricambiato come attesta il successo registrato dalla mostra: romane e romani hanno risposto e sono accorsi a vederla”. Difficile definire con certezza gli ingredienti di questa popolarità ancora incondizionata. “Prima di tutto ci sono il talento e l’aver saputo leggere i tempi con le sue opere, che sono diventate invenzioni linguistiche che hanno inciso profondamente, forse più di quanto si immagini. A margine di questo, chi l’ha conosciuto ha trasferito il ricordo di una persona molto amabile, di grande simpatia e interessato ad ascoltare gli altri. Poi c’è il mito della sua generosità un po’ folle, abbiamo raccolto decine di storie dei suoi regali incredibili. Bisogna però aggiungere un elemento controverso, la sua enorme produzione. Marco Meneguzzo, nel Catalogo Ragionato che ha curato insieme a Monica De Bei Schifano, ipotizza l’esistenza di 22.000 dipinti, più tutto il resto. Sono molti i romani che hanno in casa qualcosa fatta da lui”.

Resta fondamentale nella ricerca di Schifano, conclude Lancioni, l’adesione all’uomo, che era il cimento della sua pittura. È una tensione che si manifesta – come scriveva in una lettera a Franco Angeli nel 1964 – anche nel suo interesse per il cinema o nell’uso di materiali prelevati dalla vita quotidiana e di immagini estrapolate dalla televisione, senza moralismi né intenti didascalici. Una ricerca che non conosce soste e procede con continui rinnovamenti, trasformazioni eccezionali, abbandoni e riprese. “Tutte le stazioni del percorso espositivo, che segue l’ordine cronologico, sono dense di invenzioni. Non c’è stato un decennio della sua carriera in cui non abbia creato dei capolavori”.