di Maddalena Libertini
Le Gallerie d’Italia di Torino riuniscono per la prima volta le quattro parti di “The Day May Break”, la serie sugli effetti del cambiamento climatico negli habitat più vulnerabili del pianeta.
Svelare come una magia è stata fatta è una decisione rischiosa: potrebbe essere una delusione o, al contrario, potrebbe suscitare ancora più coinvolgimento da parte degli spettatori. Le opere di Nick Brandt alle Gallerie d’Italia di Torino per la mostra “The Day May Break. La luce alla fine del giorno” (fino al 6 settembre) contengono sicuramente qualcosa di magico e, nel suo caso, capire come questa magia si è prodotta ha l’effetto di amplificarne la potenza. Accanto all’importanza dei temi, alla bellezza degli scatti e alla bravura tecnica dell’artista, rivelano che c’è una componente più ineffabile, un’attitudine, un modo di accostarsi alla fotografia e ai soggetti che sono rappresentati che chiede e genera rispetto e partecipazione.
Con questa esposizione le Gallerie di Intesa Sanpaolo tornano ad affidarsi alla visione di grandi interpreti della fotografia contemporanea per richiamare l’attenzione sulla crisi climatica, gli impatti ambientali e la fragilità della natura. E lo fanno con un progetto che l’artista britannico sta portando avanti negli ultimi anni.
“Presentiamo in anteprima a Torino la quarta tappa di un viaggio che per la prima volta viene mostrato integralmente al pubblico”, ha detto Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia, “Quattro capitoli emozionanti che, grazie alla bellezza e alla monumentalità di potentissime immagini, aiutano a comprendere meglio le conseguenze della crisi climatica, senza rinunciare a una possibile ‘luce alla fine del giorno’”.
Le 63 opere realizzate da Brandt tra Kenya, Zimbabwe, Bolivia, Fiji e Giordania e stampate in grande formato allertano su uno stato delle cose che può frantumarsi e collassare da un momento all’altro, ma anche aprirsi sulla possibilità di ricominciare e trovare un equilibrio più sostenibile per abitare il pianeta. L’ultimo capitolo, “The Echo of Our Voices”, ambientato nella regione desertica di Wadi Rum vicino al confine con l’Arabia Saudita, è stato commissionato da Intesa Sanpaolo. La mostra è completata dalla sezione sul dietro le quinte delle riprese fotografiche.
“La bellezza”, ha sottolineato la curatrice della mostra, Arianna Rinaldo, “è la cifra stilistica di Nick Brandt, una bellezza silenziosa e triste perché ci mostra qualcosa che sta scomparendo in modo drammatico, ma è anche una bellezza che ci attira e ci spinge a guardare, a riflettere e a metterci in discussione”.
Aspettando le nuvole
Impegnato sui temi dell’ambiente e della salvaguardia dell’ecosistema dal principio degli anni duemila, dopo una carriera di regista di videoclip, Nick Brandt ha avviato la serie “The Day May Break” nel 2020, durante la pandemia. In quel momento di stop globale ha scelto di concentrarsi sulle conseguenze dello sfruttamento massivo e indiscriminato delle risorse del pianeta, recandosi nelle aree che più ne sono colpite ma che meno ne sono responsabili. In questi luoghi ha deciso di mettere insieme davanti all’obiettivo animali e uomini, vittime alla pari della distruzione dei loro habitat.
Il primo capitolo, quello che dà il nome a tutta la serie, è stato realizzato in Africa, in riserve individuate in Kenya e Zimbabwe; il secondo, “Sanctuary”, si è tenuto al Senda Verde, un rifugio per animali in Bolivia. Qui sono state invitate persone che hanno sofferto in modo drammatico gli effetti del cambiamento climatico, persone che hanno perso familiari, casa, lavoro a causa di violente alluvioni e inondazioni o gravi siccità e incendi devastanti.
Nei due gruppi di fotografie in bianco e nero sono ritratti accanto ad alcuni degli esemplari protetti nelle riserve: uomini, donne e animali, uniti nell’essere sopravvissuti e quindi, con la loro presenza, testimoni viventi che non è possibile ignorare. Le inquadrature sono semplici: a parte un paio di eccezioni, non ci sono più di due o tre soggetti per volta, all’aperto ma avvolti in una foschia che crea un’atmosfera rarefatta e raccolta. Esseri umani e animali sono vicini, gli uni alle spalle degli altri, e spesso, sembrano ugualmente assorti nei loro pensieri, in uno stato di paziente malinconia. E qui entra in gioco il senso del magico: gli animali diventano spiriti guida, geni protettori o divinità animiste che travalicano i secoli per ricordare il legame ancestrale tra l’umanità e la natura. Oppure sembrano alter ego, controparti che condividono gli stessi sentimenti, o dàimon, manifestazioni dell’anima e del destino. Tutti hanno nomi, storie e pari dignità. La situazione reale, la prossimità fisica tra uomini e animali, come in una apparizione diventa l’epifania della prossimità emotiva e della comunione dell’esistenza in uno stato di pericolo. L’unico elemento di artificio introdotto da Brandt è la nebbia, ottenuta con macchine del fumo a base d’acqua, per comunicare una sensazione di evanescenza.
Il tempo dello scatto è il più esiguo: arriva alla fine di un lungo lavoro di preparazione che è partito dalla ricerca delle riserve e delle persone, è passato attraverso la conoscenza e la costruzione della fiducia e ha accettato l’attesa delle condizioni giuste perché la foto accadesse. In questo interviene il tempo meteorologico, imprevedibile e impossibile da controllare, ha raccontato l’artista. Brandt ha aspettato per giorni la comparsa di nuvole che potessero attutire il sole africano abbagliante o il cielo sereno che in Bolivia non accennava a scomparire nonostante fosse la stagione delle piogge. Per ottenere la luce morbida e soffusa di cui aveva bisogno, in Zimbabwe aveva a disposizione solo mezz’ora prima dell’alba e mezz’ora dopo il tramonto.
Troubled Waters
Per il terzo capitolo “SINK/RISE”, Brandt si è spostato nell’arcipelago delle Fiji per parlare degli effetti dell’innalzamento dei mari a causa del riscaldamento globale. In questo gruppo di immagini a colori, il set è l’ambiente subacqueo in cui sono stati posizionati oggetti domestici essenziali: un tavolo, delle sedie, la struttura di un letto, un’altalena basculante. Nella scena hanno preso posto le persone da ritrarre, di nuovo non più di una o due per volta, come se fossero colte in un momento qualunque della loro vita quotidiana. Brandt ha definito questi scatti pre-apocalittici: le fotografie assumono la forma di una profezia, la previsione di un futuro prossimo in cui le terre, le case, le vite degli abitanti per come le conoscono ora verranno sommerse. Il titolo “SINK/RISE” indica che si può ancora scegliere se affogare o riemergere. Il contrasto tra la calma apparente dei soggetti ritratti, somigliante a uno stato di contemplazione, e la condizione dello stare sott’acqua sul fondale oceanico rende palpabile il senso di tensione e inquietudine che le immagini comunicano.
Con “The Echo of Our Voices” Brandt è tornato al bianco e nero. Anche in questo ultimo corpus di opere l’acqua è importante, ma come mancanza: la Giordania è il secondo Paese al mondo per scarsità idrica. A quattro anni dall’inizio del progetto, ha detto Brandt, stava cercando un’energia diversa che trasmettesse resilienza e coesione nell’affrontare avversità estreme. Protagoniste di queste fotografie sono famiglie di profughi siriani che vivono in continuo sfollamento, costrette a spostare i loro accampamenti più volte l’anno alla ricerca di lavoro agricolo laddove ci siano state abbastanza piogge da consentire i raccolti. Altrettanto protagonista è il paesaggio di Wadi Rum, un’area protetta nel sud della Giordania, una valle scavata tra le montagne dallo scorrere di un fiume ormai inaridito. Brandt ha disposto le persone come gruppi scultorei innalzandole su piedistalli squadrati nello scenario naturale. Queste composizioni umane verticali si stagliano sullo sfondo delle montagne con una simile resistenza al vento e agli altri agenti atmosferici. Sono figure solide e ancorate tra di loro e al terreno. In “The Cave” si dispiegano orizzontalmente davanti a una parete rocciosa come un bassorilievo millenario o un affresco rupestre. Questa esperienza ha determinato un cambiamento anche nell’estetica del fotografo che, di nuovo, si è trovato a fronteggiare un cielo limpido e azzurro, senza traccia di nuvole. Dopo aver lasciato passare diversi giorni, ha deciso di accogliere la luce piena e accecante del sole come una componente determinante di un progetto sul cambiamento climatico. A queste immagini prese nel bagliore diurno fanno da contraltare quelle scattate nel chiarore della luna piena: le prime con l’intenzione di esprimere coraggio, orgoglio e forza, le seconde riposo e quiete.
“In tutte le opere esposte”, ha scritto Arianna Rinaldo nel catalogo pubblicato da Allemandi, “Nick Brandt, animato da un profondo impegno e guidato dal suo spirito attivista, sa coniugare l’urgenza morale con un profondo senso della grazia. La bellezza delle immagini, la precisione del loro linguaggio simbolico e i meticolosi allestimenti delle scene in loco ci invitano non solo a osservare, ma a comprendere”.
Foto dell’allestimento: Andrea Guermani