di Maddalena Libertini
Al Museo Diocesano di Milano la retrospettiva, sostenuta da Fondazione BPM, su uno dei primi maestri dell’Agenzia Magnum che ha fatto dell’attenzione agli esseri umani la misura del proprio sguardo. Pur recandosi nei teatri caldi della Storia, diffidava della logica dello scoop e rivendicava la responsabilità etica del suo mestiere.
Nel 1951 il fotografo Robert Capa scrive all’amico e collega Werner Bischof, che si trova in India per documentare per la rivista Life gli effetti di una drammatica carestia nel Bihar, che deve riposarsi, che ha già inviato sufficiente materiale e che è tempo che lasci il Paese. Ma lui non è d’accordo e lo annota nel suo diario e nelle lettere a sua moglie Rosellina: “Non credo che qualcuno possa ignorare queste immagini della fame, né che riesca a ignorare tutte le mie foto. No, sicuramente no. E anche se di ognuna gli rimanesse poco, col tempo la somma di tutte queste sensazioni potrebbe rendere capaci di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è da condannare”. Parole che a oltre settant’anni di distanza e in un secolo come il nostro, in cui il potere delle immagini, vere o false, occupa il dibattito contemporaneo, suonano di schiacciante attualità.
Allora, in un momento in cui la televisione non era entrata ancora diffusamente nelle case (nel 1950 solo il 9% delle famiglie statunitensi possedeva una tv) ed erano i magazine come Life a far sapere quello che accadeva nel mondo, Bischof sente l’urgenza e la responsabilità del suo lavoro per sensibilizzare e risvegliare l’opinione pubblica. Un lavoro che ha fatto scuola per il fotoreportage perché non scade nel voyeurismo del dolore o nel sensazionalismo dello scoop ed è sorretto dall’unione di composizione formale e autentico impegno etico. Bischof rivendicava il suo punto di vista, ovvero di avere non uno sguardo neutro, ma quello partecipato di chi conosce di persona ed entra in contatto diretto con le situazioni e gli altri esseri umani.
A questo fa riferimento il titolo della mostra antologica “Werner Bischof. Point of View”, a cura di Marco Bischof, Andréa Holzherr e Tania Kuhn, fino al 18 ottobre 2026 al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano. L’esposizione, realizzata con il sostegno di Fondazione Banca Popolare di Milano, ha il pregio di raccogliere 200 fotografie vintage originali e una serie di provini a contatto che documentano tutte le fasi della fulminea carriera dell’artista, dagli esordi fino all’ultimo viaggio in Perù nel 1954, in cui perse la vita a soli 38 anni a causa di un incidente d’auto.
Bischof, che è stato il primo fotografo a essere invitato a diventare membro dell’Agenzia Magnum dai fondatori – Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David “Chim” Seymour e George Rodger –, non era attratto dalla sofferenza anche se ha sentito il dovere di ritrarla in diverse occasioni. Era interessato, e la mostra lo illustra bene, alla condizione umana nelle sue molteplici manifestazioni. Lui, nato e cresciuto nella tranquilla neutralità svizzera, si è immerso nel caos e nei contrasti di un decennio che, dalle macerie di un’Europa ferita dalla guerra, lo ha portato a spingersi in luoghi lontani – culturalmente distanti ma umanamente prossimi – per conoscere il “vero volto del mondo”.
Il suo precoce talento si era formato alla Scuola di Arti Applicate di Zurigo, dove aveva sperimentato gli effetti grafici dei soggetti attraverso le variazioni di luce e ombra di un bianco e nero che adopererà anche in seguito con grande maestria. A soli 20 anni apre il suo studio occupandosi di moda e pubblicità. Le nature morte della prima sezione espositiva evidenziano la perizia tecnica e il senso della composizione che lo accompagneranno successivamente nei suoi reportage come un automatismo che lo ha reso libero di concentrarsi sui contenuti della foto. Risolti gli aspetti tecnici ed estetici, è la sensibilità e l’intensità della visione a governare gli scatti.
La svolta arriva nel 1945 e determina quella che lui definisce la distruzione della sua “torre d’avorio”. Su incarico dell’organizzazione umanitaria Dono Svizzero, inizia un peregrinaggio in diversi paesi europei tra miseria, rovine e i primi segnali di ripresa. L’opera “Fotomontaggio dell’Europa al termine dei sette viaggi” mette in immagine l’idea di un continente composto di macerie, croci e volti. Bischof si muove tra Italia, Grecia, Germania, Ungheria, Romania, Polonia, Finlandia: la realtà si riversa con essenziale crudezza nelle sue fotografie senza che esse perdano grazia. Registra gli edifici bombardati, gli abiti laceri, i piedi scalzi ma cattura anche le tracce dell’operosità della ricostruzione e, soprattutto, è sinceramente curioso della vita quotidiana delle persone che incontra. La Storia che racconta è fatta di individui comuni e due opere in questa sezione della mostra sembrano aggiungere una riflessione ulteriore: la lampadina calda ricoperta di mosche fotografata in una casa di Iglesias è accostata alla folla radunata per una manifestazione in piazza Duomo a Milano ripresa dall’alto. L’abbinamento sembra suggerire di non dimenticare che i singoli compongono il gruppo, la massa, una moltitudine di creature anonime che è mossa dagli stessi bisogni, desideri, istinti. Nell’arco di un decennio quell’Europa in bianco e nero non ci sarà più o quasi mentre Bischof si sposterà in altre geografie spinto dalla forza di eventi che viene incaricato di raccontare per immagini. 1951-1952 sono gli anni dei viaggi in Asia: oltre alla carestia indiana, gli viene commissionato un reportage sulla Guerra in Corea e poi su quella in Indocina tra l’esercito coloniale francese e il movimento guidato da Ho Chi Minh. Le esperienze maturate in questi territori e tra questi popoli – come viene spiegato in mostra – iniziano a fargli mettere in discussione il suo ruolo di fotogiornalista che si deve piegare a logiche editoriali commerciali in contrasto con ciò che lo muove interiormente. Lo ribadisce l’alternanza nel percorso espositivo tra le foto di impronta cronachistica e quelle che catturano sprazzi di vita ordinaria, i bambini che giocano o imparano la danza Kathakali: l’energia drammatica delle prime si riequilibra con la freschezza e la poesia delle altre. In queste ultime prevale l’artista appassionato di umanità che accende le sue immagini di una vena pittorica come ne “La ballerina di Bharatanatyam Anjali Hora durante la toilette mattutina” o in “Giunche nel porto di Kowloon”. Il nucleo delle fotografie del Giappone, in cui fa base per quasi un anno mentre continua a muoversi in Oriente, è particolarmente rivelatore: si apre con l’immagine della schiena sfregiata di una vittima di Hiroshima ma poi domina il fascino per riti, tradizioni, stili di vita di un Paese che sperimenta la contaminazione tra eredità culturale e modernità. “Asciugatura della seta” scattata a Kyoto nel 1951 è tra le opere più belle dell’esposizione.
Nella sezione finale si trovano gli scatti dell’ultimo progetto, quello dedicato all’America, in cui sono raccolte le uniche immagini a colori di tutta la mostra. Fotografo ormai di fama internazionale ma desideroso di svincolarsi dagli incarichi per la stampa, si imbarca in un road trip che parte dalle aree urbanizzate degli Stati Uniti: macchine, autostrade, grattacieli, insegne, parate e un ritratto di Frank Lloyd Wright, l’architetto che aveva dato corpo alla leggenda nordamericana. Una civiltà dinamica che insegue il progresso. Da qui, dopo aver comprato una cinepresa, parte con sua moglie Rosellina alla volta di Città del Messico, poi procede verso Panama e il Cile. E man mano che avanza, il rapporto tra paesaggio naturale e presenza umana diventa sempre più protagonista del suo lavoro. La destinazione che vuole raggiungere sono le Ande in Perù, dove scatta la celebre foto che fa anche da locandina alla mostra: il ragazzo che suona il flauto di “Sulla via per Cuzco”. La sua avventura si interrompe il 16 maggio 1954 quando, sulle strade di montagna, la macchina che lo conduce a visitare una miniera in alta quota precipita in un burrone. Nove giorni dopo, il 25 maggio, la moglie di Bischof partorisce il loro secondo figlio e Robert Capa muore ucciso da una mina in Indocina.
“Ciò che ci resta di Werner Bischof è un monito permanente contro la bulimia dell’immagine sensazionale. Le sue fotografie, sorrette da una partecipazione commossa e da un rigore formale che non cede mai all’estetismo vacuo, ci inducono a riflettere sulla responsabilità sociale del fotografo. […] La sua ricerca del “mondo migliore” non era un’utopia ingenua, bensì un impegno pratico della visione, un modo di stare nel mondo con la consapevolezza che ogni scatto è un atto politico, una scelta di campo, che definisce chi siamo e cosa decidiamo di guardare”, ha scritto Mauro Zanchi nel testo critico per il catalogo della mostra.
Crediti: Werner Bischof, Demonstration on the Piazza del Duomo, Milano, Italy, 1946 © Werner Bischof / Magnum Photos